
Luigi Santucci, Il velocifero, Mondadori, Milano, 1999, pp. 418, € 8,40
Morti e feriti sopra, contro e oltre barricate/reticolati/trincee nemici in nome di un termine, indipendenza, sinonimo di libertà, autonomia, autosufficienza economica e politica. Si estese a tal punto nel mondo da venire definita Grande Guerra (perché, altrimenti, come può dirsi “grande” qualsiasi conflitto che stronchi le vite umane?).
24 maggio 1915 : dalle tre guerre risorgimentali contro l’Austria combattute nel 1848-’49, nel 1859, e nel 1866, l’Italia entra nella tragedia che si concluderà il 3 novembre 1918, con milioni di vittime.
E l’11 novembre 1918 Luigi Santucci, nasce, a Milano.
Il velocifero sarà finalista al Premio Campiello nel 1964, e, Orfeo in Paradiso (altro romanzo in cui vi è la Milano ad inizio ‘9oo; la Grande Guerra in generale e la disfatta italiana di Caporetto del ‘17 in particolare), farà assegnare a Luigi Santucci, il Premio Campiello 1967.
Ne Il velocifero la diligenza per viaggi veloci ormai fuori uso e parcheggiata nel cortile della cascina di proprietà della famiglia Bellaviti protagonista del romanzo, è metafora della famiglia stessa che attraversa velocemente la Milano ai primi del Novecento. Un mezzo sul quale i sogni infantili di sorella e fratello, Silvia e Renzo Bellaviti, galleggiano sfiorando impercettibilmente le vicende storiche, ma non potendo evitare, in seguito, di adagiarsi sul fondo, di arenarvisi nel momento in cui questa “arca di Noè” («la nostra vecchia teoria dell’arca di Noè», p. 407) più non avrà quale pilota il nonno garibaldino Lorini.
> Dal racconto dell’incontro con la futura moglie (la medesima intensità espressiva di Santucci in meno di otto pagine -pp.236-243- rende il Lettore presente alla doppia mensa allestita al moribondo Signor Lorini), sino ai testi delle lettere di Silvia, una «piccola cronaca» (p.392), diario della sua vocazione, e ai concomitanti resoconti dal fronte di Renzo riguardanti la sua vita, di giorno in giorno, da sopravvissuto. È un continuo rispecchiarsi dell’intreccio di avvenimenti ed eventi d’ampia portata e delle consuetudini della vita quotidiana nello scorrere della Storia. Un raccontarsi, quello del garibaldino Lorini, incisivo incastonato nel romanzo, simbolo di quanto i desideri ed i progetti individuali (in questo caso amorosi) si scontrino o possano adeguarsi alle necessità storico/politiche quando queste ultime siano definibili a guisa di «fidanzamento» con la causa tanto da portare una donna ad esserne gelosa: «Tirava in campo pretesti di filantropia, di pacifismo. Perfino di legittimismo. Poveri Borboni, son figli di Dio... Povero re di Napoli... L’avrei strangolata. Cercai di farle il catechismo politico, le ragioni storiche della spedizione [dei Mille], la rivoluzione francese, Mazzini, la libertà» (p. 187).
La corrispondenza ideale tra il diario di Silvia e la testimonianza di Renzo, che si arruola, ha inizio in data 1 settembre, in un crescendo sia di quadri drammatici della vita in trincea, sia di immense benché piccole gioie frutto della preghiera.
«La mitragliatrice (...) uno scheletro di cavalletta preistorica; anche il colore è quello delle ossa di morto» (p. 394);
«Piove da tre giorni sul San Michele. La trincea galleggia fra le doline (...) Tra i fanti pigiati sotto i tabernacoli de teli da tenda s’è aggrumata una solidarietà dolce e animalesca fatta di ginocchi, gomiti (...) Ma quando il sergente dice: “stasera occorrono tre di pattuglia”, quell’amalgama di benevolenza si scioglie, ognuno rifà corpo e destino con se stesso, nella cotenna d’egoismo che fascia ciascun’ anima» (pp. 398-399). Corpo, destino, anima, termini che ricorrono incessantemente nelle pagine di Santucci, per i quali, a torto o a ragione fu definito “scrittore cattolico”. Una etichetta, che Santucci tenterà di distaccare dal proprio essere scrittore, incollatagli addosso dalla critica all’uscita de Il velocifero nel 1963. In effetti, la capacità di Santucci di rendere la realtà storica e d’ambiente, nonché di dipingere la narrazione con il pennello del verismo psicologico, lo distaccherà da qualsiasi tipo di ancoraggio, pure nel caso di un testo quale Volete andarvene anche voi? (una vita di Cristo in cui è assente ogni sorta di conformismo religioso, arrivando le passioni umane e l’intelletto quasi alla pari con la professione di fede).
> Due gambe, fede e realtà, paiono sorreggere con decisione la forza non soltanto degli interrogativi, ma anche delle risposte che Santucci si pone (sulla guerra, metafora d’ogni conflitto) e alle quali tenta di dare risposte: «Sento che Renzo ha ancora orrore di questa grata che fra poco si alzerà fra me e il mondo: forse la vede come i reticolati spinosi del suo campo di battaglia, di cui mi ha parlato in una lettera» (p. 407). A maggior ragione, il libero arbitrio può indurre a far saltellare su una sola gamba:«Forse rinnego qualcosa di sacro, abbandono, per salvare me stessa, il mio piccolo insostituibile posto di combattimento su questa terra» (p. 408). Ma una scelta non sempre è possibile (pur risolvendosi in ciò che tale sembra al momento dell’abbandono del “campo”), molte volte proprio da coloro, i quali in certe situazioni si trovano invischiati senza sentirne il trasporto:è il caso di un drammatico quadro narrato da Santucci che vede protagonista il fante Cadorin. Gli è nato un figlio; ha in tasca una licenza premio; l’ordine d’attacco è proprio per quella notte; ha messo la gelatina esplosiva; ha visto i reticolati austriaci da vicino; sente che «Stavolta se crepa tuti». E tenta, autoferendosi, di scampare al proprio destino, ma: «Si udì uno sparo. Il tenente aveva estratto la pistola e gli stava dietro con l’arma fumante, Cadorin piombò in terra con la faccia sul foglio della licenza» (p. 409).
Immobilizza Renzo per lo stupore, il medesimo destino -«considerò l’assurdo della propria incolumità»; «spietato destino che lo sovrastava e lo cercava per ucciderlo» (p. 412)- sentito quale «immenso grembo» tanto da fargli pensare che «qualunque cosa gli fosse accaduta egli sarebbe pur sempre rimasto nel creato».
Rimane moltissimo di Loro. Nei cuori, nella terra, sulle pietre.
Asiago-Sacrario del Laiten, Monte Verena, Forte Verle, Forte Luserna, Camporosà, Cima Vezzena, Monte Cengio, massiccio delle Melette, Monte Zebio, Monte Ortigara, Monte Mosciagh, Monte Forno, Monte Rasta, Monte Zovetto,...etc..... Parco della Rimembranza...
Da leggere e da portare con sé come guida (per l’anima, per un percorso della memoria, per non dimenticare le tragedie dei singoli, perché non abbia a ripetersi la caduta nei medesimi errori che scatenarono due conflitti mondiali) è il testo Parole sulle pietre. La Grande guerra sull’Altopiano di Asiago. Note scritte e scelte da Mario Rigoni Stern e Antonio Chiesa. Fotografie di Antonio Chiesa. (Accademia Olimpica Editrice, 2005).
Soprattutto per riflettere su quanto riportato a pag. 14, in risposta alla domanda “Chi scatena una guerra?”, ben sapendo che il parallelismo con la forza involontaria che scatena una valanga, oggi come oggi, non regge.

