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Reed J., La guerra nell’Europa orientale 1915, 2004 - viaggio nelle miserie della guerra

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     John Reed, La guerra nell’Europa orientale 1915 Balcani e Russia, Milano, Pantarei, 2004, pp. 279, € 10,00; Prima edizione statunitense 1916, prima edizione italiana 1997
      Trockij -Lev (Lejba) Davidovic Bronštejn- disse di lui: “un uomo che sapeva vedere ed ascoltare”. Si potrebbe anche aggiungere: un giornalista che sapeva raccontare.
      In viaggio nell’Europa in guerra tra aprile ed ottobre del 1915 -insieme al disegnatore Boardman Robinson- partendo da una Salonico internazionale e multietnica -“Nelle strade strette, rumorose e affollate si parla ogni idioma conosciuto nel mondo occidentale. Spagnola è la lingua del commercio tra gli indigeni, francese è quella internazionale; la spinta germanica verso oriente ha reso d’uso corrente il tedesco, e l’italiano è la lingua elegante delle classi superiori; arabo e turco si debbono conoscere, visto che i servitori sono in maggioranza arabi e turchi; il greco è universale; serbo, alba ne se e bulgaro sono diffusi, giacché Salonicco è stata a lungo il porto di tutti i Balcani.” (p. 11)- passando attraverso una Serbia euforica, poi in Romania per raggiungere la Russia, entrando attraverso la Bessarabia; poi per vari problemi “amministrativi” a nord sino a Pietrogrado, e nuovamente a sud, passando per Mosca fino a Costantinopoli, percorrendo nuovamente la via dei Balcani, quindi gli ultimi chilometri dell’Orient Express attraverso Sofia e Adrianopoli; poi di nuovo in Bulgaria, Romania, Serbia e Salonico poco prima della nuova fiammata bellica dell’autunno-inverno 1915.
      A questo punto una piccola digressione: se volessimo usare i canoni della recensione storica (cari alla Torre d’Avorio già incontrata altrove), dovremmo contestualizzare attentamente quanto raccontato da John Reed confrontandolo con altri lavori -magari scientifici- sulle condizioni di vita nell’Europa balcanica alla fine del secondo decennio del Novecento. Vero è che in Italia sono stati pubblicati (anche solo tradotti), ben pochi lavori iugoslavi, bulgari, rumeni, russi e, tanto meno, turchi, mentre gli studiosi nazionali sono soprattutto euro-occidentali. Non mancano i riferimenti ai grandi eventi bellici, all’andamento delle operazioni militari oppure alle rivolte di significative dimensioni. Il racconto di Reed, però, esce da questo schema per concentrarsi su ciò che a lui è più caro ossia le condizioni di vita del popolo o, meglio, di quella “grande” classe lavoratrice che si trova alla base di un evento talmente grande da subirlo senza alcuna possibilità di modificarlo.
      In ogni modo, va ricordato che nell’aprile 1915 la Grecia era neutrale (sino al giugno del 1917), l’Italia non era ancora in guerra (le ostilità inizieranno il 24 maggio), così come la Bulgaria era ancora fuori dal conflitto (vi entrerà nell’ottobre). Una situazione di apparente tranquillità nella “polveriera d’Europa” soprattutto per le umiliazioni subite dall’esercito austro-ungarico, duramente frustrato dalle sconfitte inflittegli dai serbi che avevano contenuto ben tre offensive (agosto, settembre e novembre), finendo per ricacciarlo, in rotta, oltre il Danubio nel dicembre.
      Leggendo i resoconti di John Reed emerge con esplicita chiarezza l’attenzione verso chi sopportò la guerra, senza parteciparvi attivamente. “Ripercorrendo tutto questo viaggio mi sembra che la cosa più importante da sapere sulla guerra sia come vivono i vari popoli; il loro ambiente, le loro tradizioni e le cose significative che fanno e dicono.” (p. XXIII). Probabilmente fu proprio questa la ragione che spinge il giornalista americano, noto per le sue posizioni filo socialiste, a spingersi in paesi considerati secondari, quali la Serbia, ed oltrepassare il fronte più volte, grazie alla sua condizione di “neutrale” (gli Stati Uniti d’America entrarono in guerra solamente nell’aprile 1917), sino a compiere un lungo tragitto con partenza ed arrivo attraverso la grande porta dei Balcani quale fu Salonico.
      Contrariamente a quanto la stampa “bellicista” di tutto il mondo preferiva pubblicare e la borghesia “interventista” amava leggere e far leggere al popolo dei soldati (già in divisa o potenziali), John Reed non prova alcun entusiasmo per i lampi prodotti dai cannoni, le grida degli attaccanti, le manovre dei politici, i piani dei generali. Naturalmente, questi sono riflessi inevitabili, però egli preferì descrive con dovizia di particolari e supportato dai disegni di Robinson (riprodotti nel libro della Pantarei), quanto accadeva attorno a lui. In altre parole, gli orrori della guerra, sono i veri protagonisti del racconto di Reed se con questa definizione consideriamo l’insieme dei patimenti provocati dal conflitto. Egli li descrive così come li aveva vissuti, tra l’emozione del narratore e la rassegnazione, non priva di orgoglio, di molti protagonisti (contadini, soldati, medici, ammalati, donne, profughi, etc.). In questo modo, però, la malinconia di un paesaggio dilaniato, comune a gran parte dell’Europa orientale, viene spesso rotta, se non cancellata, dall’umanità degli uomini (serbi, russi, romeni, greci, ebrei, etc.), che si contrappone all’arroganza dei privilegiati (ufficiali, soldati prepotenti, faccendieri, spie, delegati di potenze straniere, politici, etc.).
      John Reed narra brillantemente il suo viaggio non privo di pericoli ricorrendo e mantenendo in ogni occasione un linguaggio diretto e semplice. Allo stesso tempo è sempre attento a non stroncare l’attenzione del lettore distraendolo con particolari inutili e ridondanti. Alcuni capitoli, poi, sono intrisi di una profonda ironia (“Un’ottimistica peregrinazione”, “Arresto a la russe”, “Agli arresti a Cholm” e “Altre avventure in cattività”), che sembra dare a quelle vicende una dimensione del tutto narrativa.
      Un occhio attento, dunque, spesso critico, ma mai compassionevole. Reed non è un turista, ne un viaggiatore piuttosto un osservatore che intende riportare al lettore esattamente quanto ha potuto vedere. Tuttavia, Reed è un giornalista: Non solo. E’ un giornalista fortemente influenzato dalle sue posizioni politiche che, comunque, inquinano le sue considerazioni trasformandole e condensandole in un libello pregiudiziale, al contrario si riflettono nel suo modo di raccontare favorendo l’emergere di quei particolari sociali che troppo spesso venivano trascurati. La disperazione serba, fatta di tifo, miseria, profughi e scarsità di provviste solo parzialmente nascosta dal velo della momentanea vittoria. La stupidità dell’amministrazione russa e la falsità dei diplomatici europei (si veda il viaggio verso Costantinopoli, in Verso la città degli imperatori), che pur nemici si incontrano e si intrattengono in territorio neutrale come se nulla stesse accadendo. La condizione degli ebrei “traditi” a cui viene imposto un segno distintivo da portare a piacimento dei guardiani (Agli arresti a Cholm). Ancora, gli armeni ed i cristiani nell’impero turco, la grande contraddizione dei romeni a metà tra il mondo latino e quello serbo, tra imperi centrali e Russia, così anche la Bulgaria, sull’orlo della guerra. Tuttavia quest’ultima parte, di fatto il viaggio di ritorno, tra Costantinopoli, la Romania, la Bulgaria e la Serbia si fa più sintetica, apparentemente frammentaria, forse più analitica e meno radicata nello strato popolare che ha reso fertile la narrazione di Reed. D’altra parte, dopo Pietrogrado è un sorvegliato ancor più “speciale” dei primi passi compiuti nei Balcani. I suoi articoli, pubblicati negli stati uniti, non hanno soddisfatto i politici locali, dunque aumentano le difficoltà di spostamento e non resta che rientrare.
      Una parola sul “prodotto” libro: ottimo. La Pantarei ha fatto un’opera meritoria non solo per aver pubblicato un inedito -in italiano- uscito per la prima volta nel 1916 (The War in Eastern Europe, Charles Scribner’s Sons, New York, 1916), ma per aver confezionato un prodotto di alta qualità a prezzo contenuto. La copertina rigida, la qualità della carta, la riproduzione dei disegni di Robinson, le note, e più oltre la Cronologia (essenziale per comprendere la storia precedente e quanto stava accadendo in Europa in quelle settimane), l’Indice dei nomi e dei luoghi (indispensabile per localizzare i paesi citati da Reed).
      In altre parole, un libro da leggere e da acquistare. Indispensabile per chi vuole approfondire la Grande Guerra e indagare le ragioni dei sommovimenti politici che di lì a qualche anno segneranno la storia mondiale con la rivoluzione sovietica, narrata da John Reed nel più conosciuto dei suoi lavori Ten Days That Shook the World (Boni and Liverlight, New York, 1919) nuova grande esperienza dopo quella messicana descritta in Insurgent Mexico (New York, 1914). Entrambi i volumi tradotti in italiano solo diversi decenni dopo (I dieci giorni che sconvolsero il mondo, 1980; Il Messico insorge, 1979).
 

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