Jonathan Coe, La casa del sonno, Feltrinelli, Milano, 1997, pp. 305, € 7,50 Meno male che esiste Jonathan Coe. Leggendo un suo romanzo, pieno com’è di introspezioni, ritratti, intrecci sorprendenti, c’è sempre di che stupirsi. “La casa del sonno”, partendo dalle banali vicende di alcuni studenti di Ashdown (ma banali fino a che punto?), nei primi anni ’80, approda su inquieti e
scivolosi disagi negli anni ’90, dove le vite di quegli studenti, che avevano rincorso i propri ideali in modo romantico e sognatore (tipico degli studenti, credetemi), sono ora un ossessivo elevamento a potenza di questi sogni. Tutto sembra ruotare attorno alle varie declinazioni del sonno, dalla sua totale assenza alla continua ricerca del “sogno perfetto”, ma in realtà il vero perno delle vite dei personaggi è Sarah, affetta da misteriosi disturbi correlati alla narcolessia. Il suo primo ragazzo, Gregory, è morbosamente attratto dalla sua patologia, e ama studiarla mentre dorme, premendo le dita sui suoi occhi chiusi per sentirne il movimento durante la fase REM del sonno; Gregory diventa, nel 1996, direttore di una clinica per disturbi del sonno proprio ad Ashdown. Nella clinica finisce Terry, giornalista e critico cinematografico che non dorme più; anche Terry studiò ad Ashdown nel 1983, ma allora dormiva anche quattordici ore al giorno, cercando di ricordare il più possibile dei propri sogni e dedicandosi, da sveglio, all’immaginaria stesura di un film iperrealista. Anche Terry è legato alla vita di Sarah: proprio lei, a causa di un piccolo incidente dovuto alle sue crisi di sonno, fa perdere il lavoro a Terry, che diventerà così l’omologato giornalista che giunge alla clinica di Ashdown. Ma a rimanere indissolubilmente legato alla vita di Sarah è Robert, che da studente è innamorato di lei come non mai, non ricambiato a causa della relazione tra Sarah e Veronica, appassionata di teatro, che porta alla luce il lato omosessuale della ragazza. Robert ad un certo punto sparisce, o almeno sembra sparire: solo alla fine si saprà cosa è accaduto al giovane, ma tale è la sorpresa nell’apprendere la sua storia dopo il 1983 che non posso aggiungere altro per non guastare la lettura. E Sarah? Nel 1996 è insegnante, apparentemente in pace con sé stessa ma in realtà rincorsa dai ricordi e dalle persone che l’hanno amata, Robert e Veronica. Solo alla fine i destini intrecciati di coloro che furono studenti ad Ashdown potranno sciogliersi dalla matassa di incomprensioni, paure e rimorsi che li avvinghia, escluso Gregory: posseduto dalla sua smania di estinguere il sonno, diventerà cavia dei suoi stessi crudeli esperimenti, nei sotterranei della crinica, condannandosi da solo ad una (tentata) veglia illimitata. “La casa del sonno” riesce ad essere quasi tragicomico, mai veramente drammatico, sempre reale: un intreccio che spiazza, mosso dai frequenti salti temporali, e che mette in risalto il talento di un narratore del nostro tempo acuto e attento. Altamente consigliato.










