
Ellis Peters, Il rifugiato dell'abbazia, Milano, Tea, 1993, pp. 155, € 7,50
Edith Mary Pargeter, non pretende la conoscenza della prima età feudale, cioè di quei secoli, X e XI in cui briganti, lotte tra i feudatari, valvassori -ed i loro subordinati valvassini- in armi, mettevano in pericolo il potere regio anche nelle zone
concesse in feudo, terre dominate dal re ufficialmente, ma non di fatto. E nemmeno si può dire che la prolifica scrittrice britannica -si firmerà con lo pseudonimo (uno dei tanti, pure maschili, da Ella usati) Ellis Peters- pretenda la conoscenza della seconda età feudale, vale a dire XII secolo in poi, periodo in cui, tanto per fare un esempio, abbazie e diocesi non vennero più considerate benefici feudali, bensì sotto il diretto controllo del Papa, mentre potere del re e potere del feudatario si sviluppavano.
D'altra parte, il patto finzionale tra autore e lettore, così esige. Sebbene il Lettore si accinga a leggere e a risolvere con Fratello Cadfael un giallo medioevale, chiaramente accetta che si tratti di un racconto immaginario dentro cui le caratteristiche dell'arco di duecento anni di Storia Medievale, in pieno fermento e di rapido sviluppo, si sovrappongono, si accompagnano, soprassedendo ad ogni stridore.
Sempre per tale patto, l'universo narrativo de Il rifugiato dell'abbazia appare più ristretto di altre indagini di Fratello Cadfael. Infatti, come l'Autore inizia ad inquadrare l'indagine affermando «quattro sole settimane dopo la Pasqua dell'Anno del Signore 1140. Shrewsbury e tutta la sua regione erano finalmente al sicuro, sotto la pace del re, anche se a sud infuriava ancora la lotta fra il re e la regina Maud» (p. 10), così, chiudendo la cornice con «Il borgomastro (...)Altri membri della corporazione dei mercanti si affrettarono ad imitarlo. I sarti si accordarono» (p. 241), fa l'occhiolino al Lettore fingendo di fare affermazioni verissime. Ed il Lettore, più o meno conoscitore della Storia Medioevale, più o meno conoscitore del patto finzionale, sta al gioco, fingendo a propria volta di credere che quanto è raccontato sia davvero capitato. Non soltanto nel periodo di tempo considerato, ma anche tra le persone coinvolte, poiché se è vero che qualcuno in quel periodo, come in qualsiasi periodo, confezionasse le scarpe (il borgomastro), è anche vero che le corporazioni propriamente dette ebbero peso istituzionale dal XIII secolo. Ma allo stesso tempo è vero che le corporazioni (o meglio le organizzazioni di) dei mercanti, nelle città marinare italiane e non (d'oltre Manica), furono le prime a far sentire il proprio peso politico...
Nonostante le eventuali contraddizioni, nonostante le licenze dell'universo narrativo rispetto al reale, La settima indagine di fratello Cadfael, regge in quanto nessuno può mettere in dubbio che a quei tempi sia stato possibile l'amore.
Il rifugiato dell'abbazia è innanzitutto storia di due coppie. Dell'amore sfortunato tra Iestyn, «l'apprendista orefice», e Susanna, cui «sono stati fatti gravissimi torti», una donna dal carattere forte, soffocata dalle ragioni familiari e sociali («la notizia dello scandalo») tipiche del periodo storico in cui si è trovata a vivere (la donna doveva avere la dote e maritarsi, o entrare in convento, lasciando in ogni caso qualsiasi eredità al primogenito maschio), oltre che dall'avarizia essenzialmente affettiva del genitore (il cui cognome «Aurifaber» molto rivela).
E dell'amore fortunato (in termini di presunta morale, onesto, per il fine educativo-didattico del racconto, in quanto innocente e benedetto) del giocoliere Liliwin e della servetta Rannilt. Le due storie amorose, la prima tenuta nascosta dal narratore al Lettore nella “realtà” della narrazione come al gruppo sociale d'appartenenza nel mondo fittizio del “reale” narrato, la seconda seguita con complicità sia dal narratore che dal Lettore, rappresentano due piccoli mondi, definiti dal ceto, che permettono al Lettore di non considerare il mondo medioevale l'unica chiave interpretativa, né per credulità necessaria al patto finzionale, né per quanto è stato tramandato e studiato, e, perlomeno, di concentrare l'attenzione sulle dinamiche del rapporto tra due persone che si amano. In qualsiasi tempo ed in qualsiasi luogo, un “dove” in cui qualsiasi ostacolo alla felicità può frapporsi.
Sembra che l'indagine condotta da Fratello Cadfael attraverso la raccolta di prove (dal ritrovamento del «soldo d'argento del santo Edoardo», all'individuazione dell'unico punto in cui in riva al fiume sorgono ontani, galleggiano «zattere di ranuncoli» e spuntano le rosse corolle degli «ossi di volpe») voglia fare da eco, per le sue caratteristiche di certezza e affidabilità, al disordine delle faccende umane. Da un lato le nozioni di verità fornite dalla narrazione dalle quali il Lettore si sente confortato, dall'altro il mondo narrato, specchio di quello reale, pieno di trappole. Da un lato la penna dell'Autore che si lascia scappare l' interrogativo «Era imperdonabile rimpiangere che non fossero fuggiti mezz'ora prima?», dall'altro la professione di fede nel fatto che «la mano di Dio giunge dove non giunge quella dell'uomo».
Una piacevole lettura per tutti, soprattutto per coloro i quali amino la ricostruzione storica non erudita che, in quanto “racconto”, mito, modulazione certa dei fatti, fornisce alla narrativa terapeutici punti d'appoggio allo stress dell'esperienza.

