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Bassani G., L’airone, 1999

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bassanig-airone-1978-1       Giorgio Bassani, L’airone, Milano, Mondadori, 1999, € 6,20, pp.  176 (VIa edizione)
      L’Airone, l’ultimo romanzo di Giorgio Bassani, pubblicato nel 1968 da Mondadori, vincitore del Premio Campiello nel 1969, è incluso nel Romanzo di Ferrara come Libro quinto.
      Quella descritta da Bassani, dopo la città e la campagna circostante, è una terra che vive anche nelle acque, così la popolazione attiva è fatta da persone che lavorano là o che ci vanno di proposito. Questa terra speciale è di uomini e di barche per pescare, ma anche di botti per cacciare.
      In una fredda giornata domenicale dell’inverno 1947, gli orizzonti aperti del delta ci presentano un paesaggio in cui gli elementi naturali appaiono, con tutto il loro fascino, contrapposti ai sentimenti angosciosi di Edgardo Limentani, il protagonista dell’Airone.
      L’ambiente vitale del delta ha  funzione di commento, di provocazione o di completamento esteriore. Nel racconto di Bassani, all’occhio dello scrittore è assegnata la parte preponderante. Pensare è anche guardare. Giustamente famosa la pagina che contiene la descrizione delle valli deltizie: Improvvisamente, con estrema violenza, si sentì riafferrare dal desiderio di ritrovarsi, pioggia o non pioggia, a qualsiasi costo, in mezzo alle valli: solo…Ingranò la terza e poi la quarta. E ben presto, senza mai scendere al di sotto dei settanta, giunse in vista dell’abbazia di Pomposa. Da quanto tempo non arrivava da quelle parti!... Giunto fin sotto Pomposa, piegò a destra per la Romea, quindi, dopo qualche centinaio di metri, a sinistra, per la strada tutta curve e controcurve che si addentrava di sbieco nelle valli. Respirò profondamente. Verso sud, a perdita d’occhio, vedeva la vasta estensione quasi marina della Valle Nuova; verso nord i brulli terreni di bonifica limitati sullo sfondo dalla riga nera e ininterrotta del bosco della Mesola…Nel sole il cotto rosso del casone Tuffanelli splendeva vivo, allegro: neanche se qualcuno avesse finito di lavarlo giusto allora. Le acque stesse della Valle Nuova, quando, dall’alto del ponte, indugiò un attimo a guardarle, lo stupirono per l’intensità straordinaria del loro azzurro. Erano azzurre non soltanto al largo, dove il vento teso e freddo le impennacchiava qua e là di spuma, ma anche presso la riva, là dove in lingue tortuose seminascoste fra barena e barena venivano a insinuarsi fino a due o trecento metri dall’abitato.
      A rappresentare tutta la complessità di emozioni e di pena del protagonista, c’è, oltre alle valli del delta, “la vetrina dell’imbalsamatore”, l’impagliatore di uccelli, a Codigoro, visione di pace e di vigore vitale, e poi c’è l’airone, buffa, splendida bestia, inutile e leggera, ferita da un doppio sparo.
      L’avvocato Limentani -occorre precisarlo- è seguito durante una giornata di caccia trascorsa nelle valli del delta del Po, che lo condurrà alla consapevolezza della tragica necessità della propria morte, l’unico salvataggio possibile della vitalità perduta. Il volo dell’airone agonizzante, che perde sangue sull’acqua della palude, accanto ai cacciatori, rappresenta per il protagonista la sua esistenza: Prima che a furia di perdere sangue gli occhi gli si velassero, l’airone aveva dovuto sentirsi all’incirca come lui adesso: chiuso da ogni parte, senza la minima possibilità di sortita.
      Il ritorno a casa, il saluto ai familiari a tavola -la moglie Nives, la madre e la figlia Rory- precedono solamente un’azione già ideata dal protagonista: recarsi in camera a preparare il proprio suicidio, meticolosamente, con la doppietta Browning. Solo allora egli si sente felice. Prima di eseguire il proposito, Edgardo va a trovare la madre nella sua stanza, conversa un poco con lei, poi si sofferma sull’uscio a guardarla, prima di augurarle la buona notte. Sul saluto della madre si chiude il romanzo.
 
 
      Incipit Non subito, ma risalendo con una certa fatica dal pozzo senza fondo dell’incoscienza, Edgardo Limentani sporse il braccio destro in direzione del comodino. La piccola sveglia da viaggio che Nives, sua moglie, gli aveva regalato tre anni fa a Basilea in occasione del suo quarantaduesimo compleanno, continuava, nel buio, a emettere a brevi intervalli il suo suono acuto e insistente, anche se discreto. Bisognava farla tacere. Limentani ritirò il braccio, aprì gli occhi, e si volse, gravando col fianco sul gomito e allungando il braccio sinistro.
 
      Éxplicit Le volse le spalle, riattraversò la stanza, raggiunse la porta. Con la mano sul saliscendi tornò a guardarla. Circondata da tutto quello che aveva di più suo e di più intimo, la cagnetta idolatrata a contatto quasi diretto, e poi le fotografie di famiglia, la pergamena del nodo di Savoia incorniciata d’argento, i flaconi multicolori delle medicine, le custodie di pelle degli occhiali, il minuscolo parallelepipedo dorato della sveglia Zenith, i libri in uno scaffale, le ultime annate delle “Vie d’Italia” in un altro scaffale, il “Giornale dell’Emilia” posato sulla trapunta di seta verde alla stessa altezza del minimo mucchietto di pelo nero della Lilla, eccetera eccetera, seguitava a sorridergli. Bianca, laggiù, reclusa nel suo bozzolo di luce.
       “Buona notte”, ripetè. “Buona notte, caro Edgardo”.
 
 
 
 
 

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