Gabriele Romagnoli, Louisiana blues, Feltrinelli Traveller, Milano, 2001, pp. 111, € 9,30 Tutto parte a New Orleans, al Carousel Bar, davanti alla foto di una donna. Una donna che tutti, prima o poi, si trovano a ricordare di aver conosciuto. Alla ricerca di questa donna, l’autore percorre un tratto di Stati Uniti, da New Orleans al carcere di Angola. Lungo le strade della Louisiana
incontra i più strani personaggi, nei luoghi più improbabili e nelle situazioni più imbarazzanti e assurde, continuando ad inseguire deboli tracce di una figura che sembra cambiare nome e volto ad ogni svolta della strada. Non è tanto la ricerca della donna ad incuriosire, quanto le descrizioni dei momenti di questo viaggio, delle singole tappe che suddividono un viaggio tutt’altro che premeditato e definito. L’autore finisce ad una colossale festa di famiglia, dove rivivono tutte le tradizioni musicali e culinarie della Louisiana, visita un sexy shop gestito da una anziana signora, ancora arzilla e prodiga di storie, vola su un aereo guidato da un pilota monco e intervista un pittore che, creando un’icona della pop art con il dipinto di un cane blu, è diventato ricco. Citazioni musicali, cinematografiche e letterarie ad ogni passo, prima di giungere ad Angola, dove i detenuti partecipano ad un rischiosissimo rodeo, per la folle gioia degli spettatori. Carico di storie e sensazioni, il nostro viaggiatore scopre la verità sulla donna, ma una verità soggettiva quanto lo è il conoscere questa figura misteriosa e sfuggente. L’impressione che si ha a leggere “Louisiana blues” è che la ricerca della donna fotografata sia un puro pretesto per raccontare storielle di vario tipo, cucendole in un libro on the road immediato e gradevole. Probabilmente è così, o forse il significato della ricerca mi è sfuggito, ma il risultato di un’operazione di questo tipo non è completamente negativo: il libro si legge con piacere, senza ricadere nell’imitazione di modelli storici come i libri di Kerouac o di Chatwin (tanto diversi tanto accomunati dal piacere, più o meno esplicito, del viaggiare). Oltretutto, nonostante Gabriele Romagnoli scriva sceneggiature, il libro non è macchinoso (come a volte capita leggendo libri di certi sceneggiatori), impostato alla resa cinematografica e povero di stile e invenzione letteraria: anzi, stimola a tentare un approccio interattivo al libro che esuli dalla semplice lettura, consigliando, a fine libro, una colonna sonora ideale (contraddizione a quanto detto prima sul “non-cinematografico”? Spero di no), i libri e i film immancabili per gustare completamente il romanzo. “Louisiana blues” è strano, forse non del tutto convincente, ma sicuramente gradevole, una lettura “da viaggio” che incuriosisce e spiazza, senza uscire troppo dai binari della letteratura convenzionale.










