
Paola Zannoner, A piedi nudi, a cuore aperto, Roma, Fanucci Editore, 2006, pp. 236, € 12,50
Si è parlato tanto di scuola in questi mesi, e spesso con pensieri negativi, tuttavia questo gradevole romanzo ricorda che la scuola è, per gli adolescenti, un prezioso palcoscenico sul quale mettersi alla prova, sotto l’occhio sempre severo degli amici, veri
o falsi che siano; essa è un piccolo mondo organizzato gerarchicamente anche fra i coetanei, nel quale l’essere considerato può passare perfino attraverso il coraggio delle proprie idee, e non solo per l’omologazione alla massa.
Rachele frequenta la prima liceo, giù ai piani bassi e, assieme alle sue amiche, galleggia intorno al sei, anche perché studia canto; non appartiene dunque all’élite della IB, i bravissimi che viaggiano tutti oltre l’otto e che cadono in depressione se prendono un misero sette; ma non è neppure un’irriducibile dell’insufficienza, una di quelle che esibisce lo stesso snobismo degli eletti.
Ecco un piccolo affresco sul complesso mondo preadolescenziale.
Anche la famiglia della protagonista è di quelle giuste che vivono in un quartiere residenziale: sua madre è assessore regionale e suo padre è poeta dialettale e professore delle scuole medie appassionato ai film di Woody Allen. Una sera in cui lei gli si affianca mentre sta vedendo Zelig, uno dei capolavori, riceve una spiegazione che la fa riflettere: il personaggio Zelig è una metafora comica dell’esistenza umana, quando sviluppa il tema dell’integrazione come assimilazione e annullamento della propria personalità per compiacere gli altri. I genitori la esortano a non chiudersi in se stessa, ad affrontare le difficoltà dell’adolescenza attraverso un dialogo aperto e, soprattutto, a sviluppare il suo senso critico per poter ragionare con la propria testa.
Così Rachele rimane completamente affascinata da Taisir, un giovane arabo palestinese che, ad una conferenza a scuola su “Che cos’è l’ebraismo?” ha il coraggio di sollevare davanti a tutti il problema dei palestinesi e del loro conflitto con lo Stato israeliano.
La voce di Taisir arriva come una sassata: da quel momento Rachele non pensa che a lui e comincia a frequentare il quartiere arabo dove il ragazzo vive, ma le sarà molto difficile superare la diffidenza di lui, che a scuola sta ai piani alti e che i suoi conoscenti chiamano il “Principe”, perché è diverso dagli altri. Taisir infatti frequenta il liceo, e non un professionale, perchè vuole andare all’università. I suoi genitori sono esuli palestinesi e lui vede in ogni persona che gli si avvicina una potenziale causa di conflittualità.
Tuttavia Rachele riesce a farsi conoscere meglio da Taisir e i due ragazzi scoprono in breve che, nonostante le grosse diversità date dalle differenti tradizioni culturali, in fondo, i loro animi non sono poi così diversi, poiché entrambi credono che, …mentre il destino è già segnato e bisogna solo seguirne il solco, adeguarsi e sperare che nulla di brutto vi sia scritto, la volontà, invece, è quella che dà vita ai sogni (p. 135).
Una trama affascinante per i ragazzi, sviluppata nella quotidianità normale della vita scolastica. Sogni, delusioni, frustrazioni, entusiasmi vengono continuamente vissuti dagli adolescenti con grande intensità, e la scuola è il luogo dove essi trascorrono gran parte del loro tempo e dove vivono le proprie emozioni con maggiore intensità, spesso clandestinamente, sfuggendo ad insegnanti impegnati a perseguire obiettivi didattici, altre volte con la complicità di qualche docente più sensibile. Le emozioni vissute a scuola sono, nella nostra società, spesso anche incontri di culture, poiché le classi ospitano ormai numerosi alunni di etnie diverse. Dalla capacità di dialogare che i giovani sviluppano deriva la possibilità della pace futura.
Questa realtà è stata ben colta da Paola Zannoner, già dalla scelta del pensiero di apertura del suo romanzo: “Per me il dialogo tra culture non è uno scambio tra gruppi, ma uno scambio tra individui. Le culture non sono entità distinte, esistono attraverso le persone che le rappresentano, che non sono mai identiche: in un paese, individui portatori di varie culture spesso coabitano in una stessa città, in un quartiere, in una scuola, in un’azienda. È dalla loro capacità di convivere, ascoltarsi reciprocamente, influenzarsi che risiede il dialogo delle culture.” (Amin Maalouf)
Incipit del romanzo: E’ finita. È andata male, per me intendo. Lui mi ha appena detto: -Senti, non stiamo più insieme.- Lapidario, proprio come una pietra che ti arriva in testa, non ha proferito una parola in più, lui ha il dono dell’essenzialità.


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