Paola Tavella, Gli ultimi della classe. Un anno con i ragazzi e i maestri in una scuola di strada di Napoli, Milano, Feltrinelli, 2007, pp. 135, € 9,50 Avvertenza: il film Ultimi della classe (2008) a regia di Luca Biglione, sceneggiatore televisivo, nulla ha a che fare con il testo della Tavella, malgrado il titolo riprenda quel modo di
dire atto a dividere, in qualsiasi comunità, dalla classe scolastica sino ad allargarsi all'intera umanità, in “primi” ed “ultimi”, tra vincenti e perdenti, tra fortunati e non, tra bravi e non, tra sfigati e non, come è il caso di Michele, il protagonista adolescente della pellicola uscita in maggio, alle prese con una più che sicura bocciatura, ma aiutato dalla famiglia con lo strumento delle ripetizioni e della preparazione (in questo caso a domicilio dalla sexy professoressa) per l'esame da privatista; insomma, tra amici che sfottono, internet e le false illusioni d'apparirvi per ciò che si vorrebbe essere ma non si è, una vita senza traumi, tragedie né drammi inaffrontabili; un film, Ultimi della classe (2008), come già in molti hanno scritto, sulla scia dei libri di Moccia e Volo, da guardare per poter sorridere dell'impaccio adolescenziale e, semmai, godersi l'occhialuta profe “Miss Standing Ovation” (Sara Tommasi). Spaccato di scuola “fortunata”? Per qualsiasi fascia sociale ed in qualsiasi contesto geopolitico potrebbe essere, dovrebbe, è , così? Domande retoriche, ovvio.
In queste prime settimane del 2009, durante le quali in Italia molto si parla e si scrive riguardo la priorità di rendere maggiormente agibili e sicuri gli edifici scolastici, la necessità di garantire il diritto allo studio, e l'esigenza di trovare soluzioni contro il bullismo in classe e la violenza a scuola, gli “ultimi” cui mi riferisco, invece, sono quei ragazzi destinati a rimanere tali poiché espulsi dalla scuola pubblica senza alcuna alternativa di reinserimento o di formazione/avvio al lavoro, condannati, pertanto, a rotolare in baratri senza fondo ai margini del progresso sociale. Causa ne siano concomitanze economiche e socioambientali, equivoche amicizie trascinanti, nuclei familiari ancor meno affidabili, incapaci di offrire modelli positivi o strumenti adeguati al sano sviluppo dell'individuo oppure di alternativa, di corretta e onesta soluzione di problematiche in un ambito di dialogo, di integrazione e di civile partecipazione sociale.
Se, contro il bullismo italiano si è paventata l'installazione di oltre trecentomila telecamere, nonché la bocciatura per l'insufficienza in condotta, viene da chiedersi quale possa essere la soluzione adottabile in numerosi istituti britannici per fronteggiare le bande armate di coltelli o altro che obbligano gli studenti a frequentare indossando il giubbotto antifendente o antiproiettile. Non sono certamente soltanto queste le pagine scolastiche nelle quali si stia scrivendo il futuro della società europea; anzi, rappresentano la minima parte, eppure costituiscono un campanello d'allarme che sta suonando da molto tempo, anche se poco percepito.
E da pochi percepibile, stando alla lettera/e-mail datata Napoli, gennaio 2000 scritta dall'insegnante Cesare, quale resoconto della situazione -«alla fine di luglio, quando tu stavi già scrivendo e non venivi più a Napoli», p. 113- appassionato volontario che crede nel Progetto Chance, poiché anche nel piccolo può essere contenuto molto, in termini di valore, nonostante «la sordità delle autorità» (p. 115), «le pressioni sindacali» (p. 116), gli impedimenti burocratici, i timori degli organici e dei dirigenti scolastici, i pregiudizi riguardo i «nostri ragazzi terribili» (p. 117).
Ragazzi e ragazze, per i quali, se non esistesse il Progetto Chance, di cui si rende testimone Paola Tavella, non si immaginerebbe alcun futuro differente da quello stato di esistenza protrattosi per generazioni. Un esempio:
«la più piccola di una stirpe di camorristi (...). Quando il nonno di Santina è morto, il corteo funebre è stato scortato dalla polizia per impedire agguati nemici. (...) vivono in uno stato d'assedio, in una casa con porte e finestre blindate. È possibile uscire soltanto con infinite precauzioni e misure di sicurezza. Mandare Santina a scuola era considerato un inutile rischio», p. 83.
Il riferimento di pagina è relativo al libro Gli ultimi della classe già uscito nel 2000 presso Mondadori, divenuto soggetto del film per la TV, 'O professore, regia di Maurizio Zaccaro, sceneggiatura di Sandro Petraglia e Stefano Rulli, con Sergio Castellito, Donatella Finocchiaro, Peppe Lanzetta.
Un agglomerato di testimonianze, spiazzante e tragicamente simpatico, narrante l'esperienza di un gruppo di insegnanti che ha saputo inserirsi nella realtà napoletana -«nelle periferie di Napoli su 100 iscritti in prima elementare non più di 70, spesso 60 o 50, arrivavano alla licenza media in 8-9 anni», p. 21- mettendosi in gioco individualmente, professionalmente, sopratutto umanamente, con l'obbiettivo di recuperare alla scolarità degli adolescenti, dar loro, appunto, una chance. Un compito difficile, una missione, considerando che «gli adolescenti di questi quartieri, sono un'altra etnia», e che presuppone la disponibilità da parte degli insegnanti a parlare un linguaggio “altro”, fatto di conoscenza, comprensione, complicità, affetto, oltre che di parole “loro”, di quegli adolescenti che altrimenti capiscono il contrario, per i quali «donna esperta» (psicologa, informatrice sessuale, nel contesto educativo) «significa una femmina malamente, una prostituta», p. 89.
L'obiettivo di far guadagnare la licenza media a molti ragazzi napoletani «espulsi, perduti o cacciati dalla scuola normale», avrebbe bisogno del sostegno attuato dal «riconoscimento previsto dalla legge per le “zone a rischio” »,p. 118, e di un'attenzione a latere latitante che sembra sempre più sottolineare il canyon esistente tra ragazzi «perbene» e ragazzi «permale» (p.120), anche per motivi di spesa pubblica, , oltre a tanti altri.
Tuttavia, si tratta di “scuola”, quella alternativa di Chance, che ha del miracoloso:«ragazzi che non frequentavano vengono tutti i giorni e non è la ricchezza dei mezzi ad attrarli, ma il calore di uno sguardo amico» (p.122). Gli ultimi della classe di Paola Tavella, in tal senso offre soltanto un ventaglio di testimonianze, riportate con tono aneddottico attraverso un discorso indiretto costante con il Lettore, per il quale si rende ascoltatrice e osservatrice d'esperienze nel tentativo di restituire l'entusiasmo e le difficoltà dei volontari; né eroi, né santi, insegnanti, persone come tante altre. Scegliendo probabilmente fra mille altri soltanto alcuni episodi, alcune figure, alcuni insegnanti, alcuni percorsi: «”Su ventiquattro” dice Cesare”ne abbiamo persi solo sei, quelli che avevano superato l'età dell'obbligo”. Tutti intervengono nel racconto illustrando la sorte di ognuno (...)». Per quanto criticati (avvertiti inutili per soggetti irrecuperabili destinati a far carriera nel mondo della malavita, o concorrenziali ai progetti di sostegno della scuola pubblica), i percorsi dei progetti Chance, almeno non danno per scontato che determinate “sorti” siano obbligate: è questa, in fin dei conti, l'effettiva chance, per qualsiasi giovane individuo e per la Scuola stessa.

