Joanne Kathleen Rowling, Harry Potter e i doni della morte, Milano, Salani, 2008, pp. 701, € 23,00Abbiamo tra le mani l’ultimo libro della saga con protagonista il giovane Prescelto? L’ultimo capitolo “Diciannove anni dopo” sembrerebbe promettere di no. D’altra parte, anche Piero Dorfles, in un breve intervento sull’ultima fatica della Rowling apparso sulla RAI qualche settimana fa, si chiedeva perché mai la scrittrice britannica dovesse sacrificare la propria gallina dalle uova d’oro. Tanto più, aggiungono i malpensanti, che altro non ha scritto, almeno di buona fattura e con una certa notorietà. Speriamo solo che l’eventuale seguito non diventi una sorta di ripetizione, magari con protagonisti i figli, oppure di avventure prive di “sapore” in un mondo in cui il grande rivale Lord Voldemort sia stato sconfitto. Naturalmente la penna di uno scrittore può produrre miracoli -quasi come le bacchette dei suoi maghi- e far rivivere, dopo vent’anni, Voi-sapete-chi giusto in tempo per dare alla saga altri sette anni di vita.
Al di là degli sviluppi futuri -forse immaginabili, ma ancora lontani- quest’ultima avventura di Harry, Ermione e Ron scorre rapidamente, sin dalle prime pagine, tra colpi di scena e fughe rocambolesche verso un finale atteso da anni. Se l’esito era scontato, però, il modo non lo è mai stato. Indubbiamente, si poteva presupporre che la centralità di Hogwarts avrebbe visto la scuola assumere un ruolo anche nell’ultima fase della storia, tuttavia pochi avrebbero potuto affermare con certezza che la Rowling ne avrebbe fatto il palcoscenico dell’atto finale. A dire il vero, quest’ultimo libro sembra costruito con un ritmo cinematografico tale da lasciare il lettore senza fiato. L’accelerazione degli eventi è continua, nonostante la scansione temporale rientri nel solito anno scolastico (anche questa volta, nonostante i nostri eroi non siano a scuola).
La prima parte scorre relativamente tranquilla, almeno sino alla fine del matrimonio di Bill e Fleur, ma poi tutto diviene sempre più rapido con sempre meno momenti di sosta narrativa. Tutto è ben concertato, anche se vi sono alcuni punti poco chiari o del tutto oscuri (uno fra tutti: come la spada di Grifondoro finisce nelle mani di Neville?). Va da sé che i cattivi fanno una pessima figura, compreso Voldemort. Nessuno di loro sembra all’altezza di una trama così lunga ed articolata come quella di questa saga.
Non voglio entrare nel merito della trama, giacché intendo lasciare a tutti gli appassionati il piacere di addentrarsi, pagina dopo pagina, nei meandri della storia. Tuttavia alcuni aspetti vanno sottolineati come le leggi anti-babbani, molto simili alle legge razziali naziste, e la parabola di Piton che, forse più di altri, vuole insegnarci come l’amore vince su ogni cosa. In altre parole, la Rowling ne fa un vero eroe solitario, dilaniato da un grande rimorso, il quale combattendo la propria singolare battaglia perde la vita contribuendo in modo determinante alla vittoria finale.
Naturalmente, le critiche che potremmo muovere alla costruzione della Rowling sono molte, partendo sin dalla originalità di questa sua versione dello scontro tra il bene ed il male. Potremmo addentrarci nelle similitudini o, se volessimo essere più sarcastici, nelle citazioni -più o meno precise- di altre avventure. Potremmo sottolineare come Harry Potter sia, ormai, un marchio attorno al quale si sono addensati interessi che vanno ben al di là della realizzazione di un libro, da cui -forse- l’autrice non saprà o potrà distaccarsi. Ciò nonostante non intaccheremo quella traccia magica di sogno che questa narrazione ha saputo regalarci.

