Daniel Pennac, Diario di scuola, Milano, Feltrinelli, 2008, pp. 241, € 16,00 “Ho sempre pensato che la scuola fosse fatta prima di tutto dagli insegnanti. In fondo, chi mi ha salvato dalla scuola se non tre o quattro insegnanti”.
Iniziare con una citazione non mi è mai piaciuto, ma in questo caso ho fatto
un’eccezione, perché questa frase contiene una doppia riflessione – la scuola è fatta dagli insegnanti; alcuni insegnanti mi hanno salvato dalla scuola – capace di illuminare il lettore sulle intenzioni dell’autore.
Sin dalle prime pagine infatti, veniamo a conoscenza del difficile percorso scolastico che ha caratterizzato l’infanzia e parte dell’adolescenza di Pennac. Ora, a distanza di anni, riprende quei ricordi per cercare di restituire al lettore una dimensione inconsueta, che non sfugge agli insegnanti più esperti e preparati, ovvero quel misto d’angoscia e di preoccupazione per il proprio futuro, quell’oscillare tra ansie e scoramenti, intuendo anche possibili rivalse, che contraddistingue lo studente in difficoltà. Quello che, riscoprendo una parola semplice e antica, definisce il somaro, termine “popolare” nel quale lui stesso si è riconosciuto e si riconosce.
Intrecciando ricordi d’infanzia ed esperienze d’insegnante, Pennac guida abilmente il lettore, grazie ad una notevole capacità ironica e riflessiva, attraverso un percorso fatto di brevi paragrafi – riuniti in sei capitoli complessivi – davvero incisivi, capaci di illustrare la figura dello studente alle prese con l’insuccesso scolastico, ma anche alcune strategie per aiutarlo. Strategie che, come mi faceva notare una mia cara amica, si riducono ad una soltanto: correggere la materia con la materia stessa, ovvero, l’italiano con l’italiano e la matematica con la matematica. Niente di meglio per affrontare quella paura che spinge lo studente a non fare, capace di incanalarlo poi verso altre strade, prima di tutto quella della menzogna, del sotterfugio, che può portare anche alla criminalità. Dice infatti lo stesso Pennac: la nascita della delinquenza è l’investimento segreto nella furbizia di tutte le facoltà dell’intelligenza. Continuando la lettura, comprendiamo come occorra abituare gli studenti in difficoltà – e non solo quelli - al lavoro, ma anche alla noia, e ad un tipo di attività che li veda coinvolti in prima persona, senza troppe mediazioni, intuendone le potenzialità. E’ ciò che fa con l’autore il vecchio insegnante di francese del convitto, affidandogli come compito la stesura di un romanzo. Come altri insegnanti incontrati da Pennac, e inseriti nel novero di coloro che lo hanno “salvato dalla scuola”, questo anziano professore, non sembra avere una particolare vocazione per l’insegnamento. Era guidato soltanto dall’amore per la sua materia, dal desiderio di condividerne la bellezza. Ecco, forse è questa tutta la vocazione di cui oggi abbiamo bisogno: mettere passione ed impegno nel lavoro d’insegnante.

