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Wiesel E., La notte, 2007 – una testimonianza

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Elie Wiesel, La notte        Elie Wiesel, La notte, Firenze, La Giuntina, 2007, pp. 112, € 10,00
      Shoah in ebraico significa “distruzione”; in genere, questa parola viene usata per indicare lo sterminio di milioni di ebrei compiuto dai nazisti, chiamato anche “olocausto”.
      Nella Germania di Hitler, la discriminazione e le persecuzioni cominciarono nel 1933, si svilupparono con le leggi razziali di Norimberga nel ‘35 e sfociarono nel mostruoso progetto genocida di “Soluzione finale” (Endlösung), elaborato per cancellare dall’Europa la presenza ebraica, ritenuta un ostacolo al dispiegamento della teorizzata superiorità della “razza ariana”. L’eliminazione sistematica ebbe avvio dal 1941 e si estese ai paesi occupati fino alla primavera del 1945.
      Elie Wiesel, nato nel 1928 a Sighet, in Transilvania, è uno scrittore ebreo statunitense d’origine russa. La sua opera narrativa e saggistica – La notte (1958), L’ebreo errante (1966), Un ebreo oggi (1977), Il quinto figlio (1983) – nasce dalle sue esperienze nei lager nazisti durante l’adolescenza; egli, infatti, venne deportato ad Auschwitz e Buchenwald. Dopo la guerra, ha fatto per alcuni anni il giornalista in Francia e, poi, si è trasferito negli Stati Uniti, insegnando anche all’Università di Boston. Nel 1986 ha ricevuto il premio Nobel per la pace.
       “La notte” è una testimonianza che viene dopo tante altre (ad esempio, quella di Primo Levi) e che descrive un abominio del quale potremmo credere che nulla ci è ormai sconosciuto e, tuttavia, è differente, singolare, unica per ciò che succede agli ebrei di questa piccola città della Transilvania, per la loro cecità di fronte ad un destino al quale con una inconcepibile passività essi stessi si consegnano, sordi agli avvertimenti anche di un testimone scampato a un massacro, che riferisce loro ciò che lui stesso ha visto con i suoi propri occhi, per il protagonista, il ragazzo che ci racconta qui la sua storia, “un eletto di Dio, che non viveva che per Dio, nutrito di Talmud…”. Quindi, in seguito a questa abominevole esperienza, assistiamo alla morte di Dio in quell’anima di bambino che scopre tutto a un tratto il male assoluto, come già accennato nella Prefazione, di F. Mauriac, nell’edizione del 1988 de La Giuntina, il quale aggiunge: “nessuna visione di quegli anni oscuri mi aveva tanto segnato come quei vagoni riempiti di bambini ebrei alla stazione… Elie Wiesel era uno di loro, aveva visto scomparire sua madre, una sorellina adorata e tutti i suoi, tranne suo padre, nel forno alimentato da creature viventi. In quanto al padre, doveva assistere al suo martirio, giorno dopo giorno, alla sua agonia e alla sua morte. Questo libro ne riferisce le circostanze, così come riferisce per quale miracolo lo stesso bambino riuscì a salvarsi”.
      Sin dalle prime pagine, il racconto risulta agghiacciante; l’orrore giunge sino a noi attraverso la forte intensità di queste ed altre parole: Mai dimenticherò quella NOTTE, la prima notte nel campo, che ha fatto della mia vita una lunga notte e per sette volte sprangata. Mai dimenticherò quel fumo. Mai dimenticherò i piccoli volti dei bambini di cui avevo visto i corpi trasformarsi in volute di fumo sotto un cielo muto. Mai dimenticherò quelle fiamme che consumarono per sempre la mia Fede. Mai dimenticherò quel silenzio notturno che mi ha tolto per l’eternità il desiderio di vivere. Mai dimenticherò quegli istanti che assassinarono il mio Dio e la mia anima, e i miei sogni, che presero il volto del deserto. Mai dimenticherò tutto ciò, anche se fossi condannato a vivere quanto Dio stesso. Mai”.
      I capitoli si susseguono con forza incredibile, in essi il male appare in tutta la sua “chiarezza”, se così si può dire. Ecco il giovane trasformarsi in uomo, nel giro di pochi giorni, ore, minuti: la sua realtà, le sue verità, il suo mondo è stravolto o, meglio, abbattuto da quegli orrori, che si era ostinato a non credere e a non vedere… In ogni paragrafo, in ogni riga, in ogni parola… la Storia si intreccia con le storie di uomini, donne, bambini, vecchi… con l’umanità stessa… “homo, hominis, lupus”, espressione spesso ripetuta, ma che in questo caso delinea la grande crudeltà, avendo il suo apice nella terribile e mirabile frase pronunciata dal protagonista alla fine del romanzo “dal fondo dello specchio un cadavere mi contemplava. Il suo sguardo nei miei occhi non mi lascia più”.
      La produzione memorialistica – in cui questo romanzo rientra a pieno titolo –  è ispirata alle recenti esperienze storiche, come la guerra e le deportazioni. Questa produzione nasce, ad esempio, in Italia, “a cose fatte”, in quanto mancano testi che siano nati nel vivo degli avvenimenti. Del filone memorialistico (in seguito alla seconda Guerra Mondiale), vanno segnalati: Se questo è un uomo (1947) e La tregua (1963) di Primo Levi, che con accenti indimenticabili mostrano anch’essi l’abiezione di un lager.
      Lo scrittore Primo Levi (Torino, 1919–1987) esordì nel 1947 con Se questo è un uomo, testimonianza della sua prigionia patita nei campi di concentramento nazisti e della lotta per la sopravvivenza, non solo fisica ma anche della propria dignità di uomo. Mentre, La tregua (1963, premio Campiello) fornisce una descrizione, con toni a tratti meditativi a tratti picareschi, del ritorno alla vita dopo quell’atroce esperienza. All’interno di questo libro si trova una pagina memorabile e tragica che può essere rapportata alla testimonianza di Elie Wiesel, quando l’autore fa la descrizione del piccolo Hurbinek, bambino ebreo di tre anni nato in Auschwitz che “ non aveva mai visto un albero; … ed aveva combattuto come un uomo, fino all’ultimo respiro, per conquistarsi l’entrata nel mondo degli uomini, da cui una potenza bestiale lo aveva bandito; … il senza-nome, il cui minuscolo avambraccio era pure stato segnato col tatuaggio di Auschwitz; Hurbinek morì ai primi giorni del marzo 1945, libero ma non redento. Nulla resta di lui: egli testimonia attraverso queste mie parole”.
 

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