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Lanzmann C., Shoah, 2007 - un grande inno alla memoria

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Claude Lanzmann, Shoah      Claude Lanzmann, Shoah, Torino, Einaudi, 2007, pp. 262, € 38,00 (con 4 DVD); introduzione di Frediano Sessi, prefazione di Simone de Beauvoir, intervista a Claude Lanzmann
      Considerare questo libro come la mera trasposizione dei dialoghi presenti nel film Shoah (Claude Lanzmann, 1985, durata circa 570’), sarebbe oltremodo fuorviante, piuttosto che riduttivo. Non sono l’introduzione di Frediano Sessi (studioso e scrittore di storia contemporanea), né la prefazione di Simone de Beauvoir (un brevissimo saggio intitolato La memoria dell’orrore), o l’intervista allo stesso Claude Lanzmann (rilasciata nel 1998 a Serge Kaganski e Frédéric Bonnaud), a renderlo particolare, quanto la natura stessa del mezzo -il testo a stampa- che consente al lettore di soffermarsi su ogni parola, di immaginare i volti e le reazioni, di rabbrividire entrando nel vivo di testimonianze. In altre parole costruirsi un proprio percorso deduttivo. Va da sé (e lo consiglio a tutti coloro che non abbiano visto il film), che dopo aver immaginato, guardando il film ogni impressione crolla di fronte a quei luoghi, a quei volti, ai loro occhi.
      Sessi pone in evidenza, sin da subito, la particolarità dell’approccio di Lanzmann alla shoah, ossia l’aver scelto come testimoni gli appartenenti ai sonderkommando -i componenti delle squadre speciali che lavoravano direttamente nella fabbrica della morte, come gli addetti alle camere a gas ed ai forni crematori- in qualità di testimoni diretti dello sterminio del loro popolo. Lo scopo è evidente: comprendere i meccanismi che rendevano possibile il funzionamento di quel processo d’eliminazione. Anche l’approccio ai nazisti -pochi per la verità- non si è sottratto a questa prospettiva. Così le domande a Franz Suchomel, ufficiale delle SS a Treblinka, intendono mettere in evidenza il funzionamento del campo e non ricreare l’ambientazione in cui si compirono quegli orrori.
      La grande abilità di Claude Lanzmann è stata infatti di raccontarci l’Olocausto dal punto di vista delle vittime, ma anche da quello dei «tecnici» che l’hanno reso possibile e che rifiutano ogni responsabilità commenta la de Beauvoir. Lanzmann cerca di cogliere anche il punto di vista degli spettatori di quella tragedia: I volti. [è ancora la de Beauvoir] Sovente dicono ben più delle parole. I contadini polacchi ostentano compassione. Ma in gran parte sembrano indifferenti, ironici, perfino soddisfatti. I volti degli ebrei si accordano alle loro parole. Le facce più strane sono quelle dei tedeschi. Tuttavia questi commenti potrebbero essere estesi anche agli italiani, ai francesi, agli olandesi, ai belgi, ai cechi, agli slovacchi, etc., vale a dire a tutti coloro che hanno assistito senza agire o reagire oppure -peggio- vi hanno guadagnato acquistando beni -case, ad esempio, o attività economiche- a prezzi più che ribassati.
      La lunga intervista al regista (ben 43 pagine), è, di per sé, parte integrante delle testimonianze nonostante sia stata rilasciata ben tredici anni dopo l’uscita del film. Ne rivela i retroscena, la costruzione, l’impatto delle domande sui testimoni, in altre parole ci porta ben al di là della narrazione scritta e/o visiva. Contiene un insieme di informazioni non necessarie per comprendere il film, quanto utilissime per assimilarne tutti gli aspetti, in particolare l’impatto tra narrato e narrazione. Lo stesso Lanzmann sottolinea il valore della comunicazione non verbale: la parola non è mai tutta la parola, il suo valore può cambiare sensibilmente a seconda che colui che parla sia agitato o calmo, a seconda che acceleri o rallenti il suo discorso (…) Il viso di chi parla, la sua mimica, i suoi gesti, in una parola l’immagine compongono il messaggio.
      Il lavoro di Lanzmann non è, e non vuole essere, un’inchiesta storica. Non segue un percorso cronologico. Non vuole essere didattico, pertanto non mescola filmati dell’epoca con immagini del presente. E’ un grande inno alla memoria. I testimoni -tutti i testimoni- vengono ripresi in condizioni a loro ottimali e, solo in qualche caso, si ripetono i gesti (il ferroviere polacco che conduce il treno a Treblinka, oppure il barbiere ebreo che taglia i capelli come allora), mentre i luoghi sono quelli contemporanei. La ricostruzione non esiste, se non negli occhi e nella mente di chi racconta, a noi non rimane che immaginare mentre vediamo i campi e le fosse così come sono ora, in condizioni ben diverse da quelle di allora: Difficile riconoscere, ma era qui. Qui bruciavano la gente. Molta gente è stata bruciata qui. Sì, è questo il luogo. Nessuno ripartiva mai di qui. (…) Questo non si può raccontare. Nessuno può immaginare quello che è successo qui. Impossibile. E nessuno può capirlo. E anch’io oggi… Non posso credere di essere qui. No, questo non posso crederlo. Qui era sempre così tranquillo. Sempre. Quando bruciavano ogni giorno 2000 persone, ebrei, era altrettanto tranquillo. Nessuno gridava. Ognuno faceva il proprio lavoro. Era silenzioso. Calmo. Come ora. (Simon Srebnik, sopravissuto a Chelno)
      Leggere questo libro è come immergersi nell’orrore. Non ci salva la nostra casa. Le parole dei superstiti arrivano a toccarci dentro e ci strappano dal nostro torpore. Lanzmann chiude la sua introduzione: Incredulo leggo e rileggo questo testo esangue e nudo. Una forza strana lo attraversa dall’inizio alla fine, esso resiste, vive di vita propria. E’ la scrittura del disastro ed è per me un altro mistero.
      Un libro ed un DVD da acquistare, leggere, rileggere e rivedere. E da conservare.
      Ciò che è accaduto sta accadendo ancora da qualche parte del mondo e domani potrebbe riaccadere qui. Forse a noi. Chi sarà Kapò? Chi sarà vittima e chi carnefice?
 

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