
Ellis Peters, Il novizio del diavolo, Milano, TEA, 1994, pp. 236
Il “bosco” ne Il novizio del diavolo assume numerose connotazioni. “Bosco” è l’epoca balorda, quella medioevale «con due monarchi in lotta, una decina di reucci (...) che seguono la corrente e gente come il vescovo (...) che tentenna tra un’alleanza e l’altra» in cui lo stesso sceriffo Hugh Beringar,
alter ego laico di fratello Cadfael arriva a chiedersi cosa veramente sia il reato di tradimento.
“Bosco” è la zona ai margini della Long Forest dove gli ammalati del lazzaretto fanno legna quattro giorni all’anno con il permesso dei signorotti dei feudi, e dove vi è una radura concava abbandonata dopo il decesso del carbonaio con ancora presenti le cataste di legna e le tracce dei focolari.
“Bosco” è la ragnatela dei sentimenti, volutamente, inespressi o inascoltati, che divide l’austero Leoric dai figli Nigel e Meriet, tre uomini per i quali amore paterno, filiale e fraterno, difficile esternare e al tempo stesso da tutelare, sembra vincolare a scelte obbligate.
“Bosco” è l’indagine dal percorso difficile, irto di di menzogne, di intenzioni occultate o confessate in un momento di disattenzione come la missione diplomatica che muove l’ecclesiastico Clemence, di prove, alcune annerite dal fuoco, altre intaccate dal fuoco della cupidigia quali «la spilla del mantello», di sospetti superati che lasciano il posto a certezze come per Leoric «E non ha nemmeno mai alzato un dito contro il mio ospite e suo parente, ormai è chiaro! Dio, perdonami per averlo creduto!», di sensazioni espresse e valutate da persone intelligenti (fratello Mark, e fratello Paul, l’abate, Isouda, oltre a Hugh e Cadfael) per le quali la sensibilità è strumento di conoscenza per comprendere l’animo altrui.
“Bosco” è l’animo umano, intricato e messo alla prova -«i fanciulli, che per ordine dell’abate dormivano separati dai monaci più anziani, stavano in una stanzetta in fondo al dormitorio (...) l’abate Radulfus conosceva e capiva i pericoli nascosti che insidiavano gli animi, pur sempre innocenti, di questi uomini soli»- come quello di Meriet talmente turbato dagli eventi da scuoterne con incubi notturni il corpo addormentato e da spingerlo con rassegnazione e faticoso autocontrollo ad una vocazione che vera non è.
“Bosco” è la comunità, il gruppo, la società in cui l’individuo è chiamato a vivere, da cui può essere etichettato, bollato, come nel caso del diciannovenne Meriet, quale «novizio del diavolo» dagli altri novizi, spaventati dai suoi incubi - «Ma perché stupirsi se quei giovani inesperti, creduloni e superstiziosi temevano che per quel fenomeno non ci fosse una spiegazione terrena»- e mal sopportati dal punto di vista dell’ultrasessantenne Cadfael, apparentemente ammorbidito da diciassette anni di vita monastica, indubbiamente abile nel penetrare con l’intuito sorretto dal ragionamento ben oltre l’apparenza di persone e fatti.
“Bosco” è, pertanto una complessa metafora, cui il Lettore può affidarsi nella lettura e nella comprensione de Il novizio del diavolo, come di qualsiasi altro testo narrativo. Se la cartina del territorio di Shrewsbury e dintorni in cui si svolge L’ottava indagine di fratello Cadfael ne disegna i confini rendendo ancor più realistico il mondo in cui coltivando le erbe, facendole essiccare e preparando le medicine fratello Cadfael cura anime e corpi, la metafora del “bosco” di Borges si manifesta nell’immensa sua portata, con i sentieri che l’Autore ha consapevolmente tracciato per i Lettori, con le piste appena delineate per le quali l’Autore richiede maggiore attenzione nella lettura, con quanto inconsciamente l’Autore indica al Lettore più scavato, e con tutto ciò che viene anticipato, immaginato, dato per scontato, soltanto soffiato all’orecchio/occhio del Lettore.
In effetti, la narrazione di Ellis Peters (pseudonimo di Edith Pargeter, 1913-1995) invita il Lettore ad andare a braccetto con Cadfael, facendogli seguire di passo in passo i ragionamenti che portano avanti l’indagine basandosi sul dato di fatto che lo sceriffo Hugh e fratello Cadfael, sono, per quanto riguarda la raccolta delle informazioni e la predisposizione ai contatti umani, due vasi comunicanti imprescindibili l’uno dall’altro. Pertanto allo stesso modo di Cadfael/Hugh, il Lettore ha l’opportunità di scegliere quali alberi aggirare, in quali radure dell’intreccio soffermarsi a pensare, quali pericoli nella comprensione dei fatti presumere di incontrare nel bosco narrativo sempre più infittito dalla narrazione piuttosto indugiante di Peters su particolari spesso a prima vista scarsamente interessanti. Non è una scrittura veloce quella di Peters, un autore che ama spiegare e dilungarsi nell’atto di osservare e di descrivere quanto osservato e quanto ricavato dall’osservazione, tanto da non lasciare di solito molto spazio al non-detto, eppure, in questa ottava indagine, è proprio l’oscurità, sin dal titolo, a far immaginare. È proprio il non-aprirsi di Meriet a far pensare alla sua colpevolezza, il suo non-parlare, la mancanza nel suo volto della luce del sorriso, mentre il colpevole risulterà invece essere colui il quale «uccide con la stessa facilità con cui sorride».
Ebbene, addentrandoci nel bosco narrativo de Il novizio del diavolo sembra che Peters aiuti i lettori curiosi ed attenti a seguire e a riflettere quanto insegnato da Umberto Eco riguardo alle scelte ragionevoli che il Lettore dovrebbe sempre fare, non lasciandosi avvinghiare da esperienze personali e proiezioni passionali. Si tratta dei medesimi fattori che possono ancorare chi svolge un’indagine trascinandolo a conclusioni sbagliate e che spingono a leggere in maniera altrettanto sbagliata, vale a dire, a tentare di trovare nel “bosco” qualcosa di inesistente.
È ciò che capita ai nostri personaggi, Leoric e Meriet, padre e figlio secondogenito, tanto simili, nei lineamenti e nel carattere, da leggere erroneamente quanto visto effettivamente. Aspettative di un padre per il primogenito, aspettative del lettore empirico (e tale ognuno di noi lo è nel momento in cui si apre e si affronta un libro).
E le aspettative che Peters, l’autore, pretende dal proprio Lettore Modello? Sicuramente la conoscenza, o perlomeno, la curiosità di e per il periodo medioevale, la cui Storia (anche di promesse di eterna fedeltà ricompensate da possedimenti e titoli nobiliari) fornisce risposte -«quel re gentile, ammirevole, indolente, dall’animo tanto generoso, si sarebbe lanciato in un’impresa violenta, punto sul vivo da uno spudorato atto di tradimento»- e segnala l’uscita principale dal bosco narrativo de Il novizio del diavolo.

