Le vicende della famiglia Finzi-Contini e della ben più modesta famiglia del protagonista (Lino Capolicchio), che è anche il narratore, poiché sarà tra i pochi a salvarsi dalla deportazione, sono raccontate in modo lineare.
Non sappiamo con esattezza fino a che punto è arrivato il contributo di Giorgio Bassani che, ricordiamolo, è autore del libro omonimo. Infatti, dopo una prima fase in cui lo scrittore lavorò al fianco di De Sica, forse in seguito a contrasti insanabili, Bassani chiese addirittura che venisse tolto il suo nome dai titoli di coda. La linearità del racconto è quindi di difficile attribuzione, poiché tipica della parola di Bassani, ma anche del narrare per immagini di De Sica.
Soddisfacente il grado di ricostruzione storica, anche se occorre sottolineare come il regista romano - assieme a Bartolini Salimbeni e a Mario Chiari che curarono la scenografia – non è certo all’altezza di Visconti, che, nel Gattopardo in particolare, riesce sovente nell’intento di ricostruire l’afflato di un’epoca, grazie ad uso maniacale di dialoghi e décor.
Certo, la pellicola ebbe un impatto notevole sul pubblico dell’epoca, vinse l’Orso d’Oro nel 1971 ed il premio Oscar per il miglior film straniero nel 1972, ma tutto questo non depone a suo favore. Tuttavia, vista con gli occhi di uno spettatore contemporaneo, ciò che risalta maggiormente è la passività delle comunità ebraiche italiane di stampo borghese, che non pensavano certo, nonostante le leggi razziali, di essere perseguitate così ferocemente. A nulla servì infatti l’aver accettato la richiesta di un riscatto in oro presentata dal comando tedesco. Il rastrellamento e la deportazione che seguirono, dovettero così sembrare, prima ancora di conoscere gli stenti, la vergogna del viaggio e gli orrori dei campi, un’immensa e atroce beffa. La passività delle comunità ebraiche borghesi, era forse l’unica risposta possibile, da parte di chi credeva ancora nei valori liberali dell’Italia giolittiana e prefascista, ma anche là dove le comunità insorsero, come a Varsavia, il risultato fu soltanto quello di accelerare la propria fine, vista la ferocia nazista.
Anche se il film, nel suo complesso, può dirsi non perfettamente riuscito, alcune scene hanno tuttora la capacità di restare negli occhi dello spettatore. Mi riferisco in particolare alle scene girate dentro la scuola elementare, quando Micol (Dominique Sanda) e la nonna (Inna Alexeievna), incontrano il padre di Giorgio (Romolo Valli). Qui la differenze sociali si annullano in nome della sofferenza, dell’atroce destino comune oramai intuito.
Nonostante quanto affermato, credo che Il giardino dei Finzi-Contini, proprio per le qualità che ancora conserva, sia una pellicola che ben si presta ad un uso didattico.
Servirà senza dubbio a far comprendere agli studenti, uno dei molteplici aspetti di quell’evento carico di orrore che fu la Shoah.

