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Dick P. K., Cacciatore di Androidi, 1986 – Cogito ergo sum

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Philip Kindred Dick, Cacciatore di Androidi, Roma, Ed. Nord, 1986, pp. 232
Per chi ha conosciuto Philip Kindred Dick attraverso alcune rivisitazioni cinematografiche di successo come Blade Runner (Ridley Scott, 1982), oppure Total Recall (Paul Verhoeven, 1990), Minority Report (Steven Spielberg, 2002), Paycheck (John Woo, 2003), ed altre pellicole, forse, meno conosciute, ha solo una vaga idea delle capacità e della forza letteraria di Dick. Il film di Scott, ad esempio, ha ben poco in comune con il romanzo originale, Do Androids Dream of Electric Sheep? scritto nel 1968 e tradotto il italiano solo alcuni decenni dopo con titolo Cacciatori di Androidi. L’unico punto in comune è l’idea del rientro sulla Terra di alcuni androidi, mentre l’ambientazione, lo spessore dei personaggi, la loro psicologia e, addirittura, il finale sono del tutto diversi.
Un autore fuori dagli schemi del suo tempo. Lo stesso titolo è una domanda posta al lettore: Do Androids Dream of Electric Sheep? Potrebbe sembrare un quesito folle: gli androidi sognano pecore elettroniche? Le macchine, in altre parole, hanno una coscienza? Sino a che punto Cogito ergo sum (la sintesi cartesiana della consapevolezza di sé dell’uomo), ha un valore discriminante?
Rick Deckard, il cacciatore di androidi, vive in una terra buia e semiabbandonata, corrotta dalla nube di polvere sollevata dalla ultima guerra atomica ed abitato da una popolazione sempre più erosa nella sua stessa natura di essere pensante (oggi di direbbe alterando il DNA), dalle radiazioni. Gli androidi, la cui vita artificiale non supera i pochi anni, sembrano avere lo scopo recondito di ripopolare la terra sostituendosi al genere umano di cui spesso imitano i modi, pur senza comprenderli. Esseri incapaci di controllare le proprie passioni, quindi privi di una coscienza e di moralità, intesa come capacità di distinguere tra il bene ed il male. Tuttavia, Do Androids Dream of Electric Sheep? non è solo una lotta tra l’uomo e la macchina, emblema di una tecnologia che, in qualche modo, schiaccia e determina la regressione del genere umano. La differenza sta tutta nelle emozioni ed è in questo che l’alterego, ma anche rivale diretto, del protagonista Phil Resch sembra muoversi costantemente sul filo di lama della disumanità. Un personaggio che potrebbe sembrare l’emblema dell’odio e del razzismo per la sua freddezza nell’eliminare esseri sintetici dalla sensibilità artistica, come Luba Luft. In realtà i punti in comune tra i due personaggi sono molti, così come la differenza è assai profonda e potrebbe essere sintetizzata nei dubbi in cui Deckard si dibatte costantemente. Dubbi che si cristallizzano nel rapporto contraddittorio con Rachel Rosen, il bellissimo prototipo che sembra minare le convinzioni più profonde di Deckard.
Non andrò oltre. Non mi addentrerò nella trama, poiché rovinerei al lettore l’ordito della narrazione di Dick anticipandone, anche solo intrinsecamente, i colpi di scena e i lati volutamente oscuri. Aggiungerò solamente che la fede nell’uomo e nella sua capacità di trovare in se stesso le risposte per andare oltre e vivere un giorno in più, è la “morale” -se così si può dire- che si evince da Cacciatore di androidi.
Se la fantascienza, come genere letterario, è “figlia di un Dio minore” allora Philip Kindred Dick ne è stato uno dei principali sacerdoti del Novecento. Vincitore del Science Fiction Achievement Award (più conosciuto come Premio Hugo o Hugo Award quale omaggio a Hugo Gernsback, fondatore nel 1926 di Amazing Stories, la prima rivista di fantascienza), nel 1963 e più volte candidato al Premio Nebula (Nebula Award il prestigioso riconoscimento assegnato dalla Science Fiction and Fantasy Writers of America, SFWA, alle migliori storie di fantascienza pubblicate negli Stati Uniti durante l’anno precedente), tra l’inizio degli anni Sessanta e i primi anni Ottanta, è deceduto nel marzo 1982 prima di essere conosciuto dal grande pubblico attraverso alcune trasposizioni cinematografiche di grande successo. Ma, probabilmente, del grande successo se ne sarebbe “fregato allegramente”.
Philip K. Dick non si inserì nel solco della fantascienza ottimistica, tipica degli anni Quaranta, bensì risentì del pessimismo generato dalla paura atomica e, per tanti aspetti, anticipò un altro genere letterario affine alla fantascienza, il cyberpunk nato negli anni Ottanta. L’uomo, non un supereroe, è il protagonista della narrazione di Philip K. Dick, con tutte le sue contraddizioni, paure e limiti.
Un libro da leggere e conservare nella propria biblioteca personale.

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