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Intervista “by e-mail” a Donatello Bellomo (20 luglio 2009)

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          L’intervista è stata sottoposta a Donatello Bellomo via e-mail. Le domande in “normale”, le risposte in “neretto”. 
  • L’arte per l’arte. L’arte per il pubblico. L’arte per sé, per l’ego dell’artista. L’arte e l’artista per essere tali devono essere riconosciuti dai critici e/o dal grande pubblico? L’arte e l’artista devono essere necessariamente provocatori?
          I critici arrivano sempre ex post, sono “constatatori” più o meno velleitari. Un esempio che forse calza: mia madre prepara il pranzo di Natale, lavora tre giorni e poi qualcuno, a tavola, obietta sul ripieno dei ravioli. La critica è un ingranaggio del meccanismo, non la molla che lo fa girare. Prima di pronunciare la parola “arte” è meglio farsi un gargarismo. Non deve esprime né il bello né il vero né la natura ma decriptare l’ambiguo dell’esistenza, se non l’enigma del vivere. Un quadro di Velazquez, Rembrandt, Hopper, Sironi; Kind of Blue di Miles Davis, La Grande Illusione di Renoir. Céline. Questa è arte. E anche Totò, Eduardo De Filippo...
  • In che cosa consiste per Lei la libertà artistica?
          L’espressione prescinde dalla sua diffusione. Il mercato detta le regole del far soldi. Non è un caso che quasi tutti i jazzisti siano morti in miseria. Il degrado dell’arte, parlo di “oggetti”, è iniziato con i mercanti e proseguito con i critici. Scorriamo la classifica dei libri più venduti e troveremo il deserto delle idee, della speculazione intellettuale, dell’emozione, della seduzione, della poesia.
  • L’artista come spettatore o esploratore del mondo; un’opera come il tentativo di descrivere o partecipare, interpretandola, l’esistenza. Quanto gli accadimenti esterni influenzano l’arte?
         Non sono un artista. Il discrimine sta nel vedere il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto. E’ passata l’epoca dei grandi sommovimenti. La globalizzazione sta anche nelle emozioni, nelle sensazioni e nelle suggestioni. Cosa si potrebbe dire, di questo paese, ora? Meglio tacere. Il tempo? Rovesciamo l’assunto: non è il tempo che è denaro ma il denaro che è tempo. Penso ai bambini e al loro imprinting. Mi intristisco.
  • Qual è il Suo rapporto con gli artisti contemporanei?
          Nessuno. Salvo per la musica, ma raramente, e il cinema, ma, appunto, raramente. Preferisco attingere ai maestri, che hanno detto tutto. Cervantes, ad esempio, Shakespeare, Hugo, Alvaro Mutis e naturalmente Céline.
  • In che termini Lei pensa al proprio Lettore ideale, e pertanto, chi è il fruitore dell’opera?
          Il lettore è un complice che condivide lo strapuntino sul vagone di seconda classe. E’ il personaggio occulto della scrittura, a suo modo, una voce fuori campo.
  • Come definirebbe il Suo stile?
          Lo stile? Penso a James Ivory, a Visconti, a Kurosawa, a De Sica. Questo è lo stile. Giotto ha stile: svuota lo spazio invece di riempirlo. Dexter Gordon, Bill Evans, Ron Carter. In letteratura trovo inarrivabile, tra i viventi, Alvaro Mutis, il Giotto del Sudamerica. Ma anche il Tiepolo colombiano, Marquez, riesce a togliermi il fiato.
  • Consideriamo gli strumenti della Sua arte/scrittura: quali sono, da quali si sente vincolato, quali Le permettono maggiore libertà d’espressione?
          I libri cui sono più legato sono quelli che hanno venduto meno. Fossi stato un editore, non li avrei pubblicati. Ma tant’è. Amo scrivere di getto, senza rileggere, ascoltando musica “dedicata”. Mare Notte l’ho scritto a quattro mani con Dexter Gordon. Il romanzo che ho appena concluso, con Edward Elgar, Gabriel Fauré, Saint Saens. Sono un “mancato” musicista, un “mancato” navigatore (anche se ho fatto il periplo dell’Italia a vela in solitario). Credo che l’espressione assoluta sia la musica.
  • Donatello Bellomo: scrittore e giornalista. Quanto ha influito la famiglia e l’ambiente d’origine riguardo il Suo scoprirsi artista e le Sue scelte artistiche?
          La famiglia? Involontariamente, osservandoli, ho cercato di essere il reciproco di ciò che sono. Non so se mi sia riuscito. Non parlo mai di danaro, appartamenti, vacanze, investimenti in borsa. Detesto il malinteso romanticismo, considerandolo il deterioramento del sentimento e non sopporto la deriva emotiva abbinata al cinismo. Il caso vuole che quel 12 settembre, siano nate 13 bambine ed io. Sennò avrei pensato a uno scambio di braccialetti al reparto maternità. Anzi, no, salto una generazione: mi riconosco nella scheggia di inquietudine che animava mio bisnonno nostromo e mio nonno corridore in motocicletta. La circostanza che discenda da Antonio Bellomo, corsaro con patente del Re d’Aragona nel XVI secolo e che vada a vela è del tutto eventuale.
  • Donna, Mare, Jazz: tre temi fondamentali della Sua produzione. Che cosa rappresentano per Lei?
          Sono nato da una donna e dalle donne ho avuto molto. Ma sono un solitario che soffre la solitudine e un misogino che si emoziona e che si illude di poter amare. Il jazz? La più alta espressione artistica del Novecento. Ci ho vissuto, con il jazz, organizzando concerti in tutto il mondo. Ho conosciuto e ingaggiato tutti i più grandi, da Benny Carter a Oscar Peterson, Stan Getz, Ornette Coleman, Gil Evans... Il mare. L’incognita più grande. Spero di poterlo guardare ininterrottamente per mesi, da una barca o da una spiaggia. Ha la dignità assoluta, la bellezza assoluta, l’ira e la pace assolute.
  • L’amicizia, anche tra il capitano Cédric Destouches ed il Giornalista, nei Suoi ultimi tre romanzi - L’uomo del cargo, La donna della tempesta, Mare notte - appare sempre più salda dell’amore. Pura coincidenza oppure il rapporto di coppia, o perlomeno, il rapporto sentimentale uomo-donna è davvero così difficile e noioso?
          L’amicizia è per me, il valore più forte. Certo, se “leggo” le orme sui brevi viottoli sentimentali su cui arrancano coppie apparentemente felici o dichiaratamente infelici, se penso che la premessa non è la pienezza della libertà nel rispetto reciproco, nella valorizzazione dell’altro, ma la riconduzione di un qualcuno al proprio labirinto di irrisolutezze e mediocrità, beh, un po’ mi riconosco perché non sono migliore di alcuno. Ma almeno lo so.

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