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Intervista “by e-mail” a Guido Barbujani (9 ottobre 2009)

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Intervista al Prof. Guido Barbujani.
Titolo: “La cultura
Guido Barbujani, Professore di Genetica (Dipartimento di Biologia, Università di Ferrara), nato ad Adria il 31 gennaio 1955.
L’intervista è stata sottoposta a Guido Barbujani via e-mail. Le domande in “normale”, le risposte in “neretto”.
  • Che cos'è la libertà d'espressione?
Come ha detto Saviano pochi giorni fa, consiste nel poter esprimere ciò che si pensa e non doverne temere alcuna conseguenza, se non quelle derivanti dal confronto delle idee.
  • Che ruolo ha oggi la pubblicazione di saggi scientifici? Integra o si contrappone a certa stampa che standardizza la conoscenza scientifica (o pseudoscientifica)? Quest'ultima la rende più accessibile, semplificandola, oppure rende le informazioni più approssimative? Vi è il rischio di un sovra informazione scientifica che si risolve in un sostanziale disinformazione?
In Italia non c’è alcun rischio di una sovrainformazione scientifica e non ci sarà per decenni. Il problema è, al contrario, lo scarsissimo livello di conoscenze diventate patrimonio di tutti, con la conseguente difficoltà di comunicazione fra società e scienziati. Può sembrare un problema degli scienziati, ma è soprattutto il contrario. Episodi come quello del medico bolognese che interrompe le terapie antibiotiche ad un bambino malato di fibrosi cistica e ricorre a terapie ayurvediche, fino ad ammazzarlo, indicano che la scarsa consapevolezza di ciò che la scienza è e può fare, ci fa correre, letteralmente, pericoli mortali. Scrivere saggi è uno dei tanti metodi per cercare di comunicare alla società informazioni importanti, e quando è il caso per far sorgere salutari dubbi.
  • Scienza e politica sono un binomio storico. E' possibile immaginare una separazione che trasformi la conoscenza scientifica in una nuova locomotiva dell'evoluzione umana attraverso la condivisione della conoscenza?
Se la parola evoluzione qui è usata come sinonimo di sviluppo culturale e magari anche economico, non solo è possibile immaginarlo, ma in effetti in altri paesi è così. Nanotecnologie, biotecnologie, sono parole che indicano come dalla ricerca scientifica di base si stiano producendo applicazioni che hanno già inciso sulla vita quotidiana di tutti noi.
  • Quanta differenza c'è nello scrivere, rispetto ad altre forme come la televisione ed il cinema (quando si occupano degli stessi argomenti)?
Scrivendo uno ha più tempo per meditare e dosare la frase. La comunicazione radiofonica, e ancor più quella televisiva, hanno tempi strettissimi e quindi richiedono capacità di sintesi e di colpire l’immaginazione degli ascoltatori o spettatori.
  • Come definirebbe il suo stile comunicativo? Chi pensa siano i suoi lettori? Vi sono fruitori ideali dei saggi scientifici divulgativi? Chi è il suo lettore ideale?
Cerco di scrivere in maniera piana e comprensibile. Cerco di rendere la scrittura vivace con gli stessi espedienti che si usano in una conversazione, cioè cambiando ogni tanto ritmo, e evitando un piglio serioso. Penso che i miei lettori siano soprattutto insegnanti e qualche studente. Chiunque abbia curiosità e senso critico è un lettore ideale di saggi scientifici.
  • Tre libri, tre saggi attorno al “razzismo” pubblicati in un periodo relativamente breve; un argomento particolarmente scottante in una fase storica in cui sembra dominare l'idea di globalizzazione. Qual è l'urgenza (politica, sociale, scientifica), che la spinge ad affrontare con tale costanza e dovizia di argomentazioni questo tema?
Semplicemente, un tempo intorno agli argomenti di cui mi occupo, cioè la biodiversità umana, discutevano forse duecento scienziati in tutto il mondo, mentre oggi se ne parla sui giornali e in tv. E’, credo, una conseguenza dell’immigrazione, e dei problemi sociali e morali che l’immigrazione ha sollevato. Ovviamente, molti dei conflitti a cui assistiamo non dipendono da idee sbagliate su quanto noi umani siamo diversi geneticamente. Ma uno dei miti su cui riposano teorie xenofobe o razziste è la presenza di profonde differenze genetiche fra i popoli della terra, e questo mito si può facilmente demolire ragionando un po’ su quello che noi genetisti studiamo da tempo.
  • L'invenzione delle razze. Il concetto di razza nella specie umana è un errore storico e scientifico i cui strascichi persistono tuttora (è possibile che la comunità scientifica internazionale si ritrovi, prima o poi, unita sull'argomento?). Il Suo intervento vuole essere un'utile contributo -una sintesi- al dibattito scientifico in corso oppure lo scavalca per divenire una denuncia sociale?
Voglio semplicemente fare notare che ieri si pensava che parlare di razze umane servisse a farci comprendere quanto siamo diversi e come lo siamo diventati, oggi è chiaro che non è così e che bisogna pensare all’umanità in modo differente. Abbiamo dovuto abituarci all’idea che la Terra gira e non sta ferma in mezzo all’Universo, anche se c’è voluto parecchio tempo. Bisognerà abituarsi all’idea che le differenze che percepiamo fra noi e gli altri, e con cui fare i conti ci costa un’indubbia fatica, non stanno scritte nel nostro DNA.
  • Sono razzista ma sto cercando di smettere. Il razzismo come habitat mentale. Il libro ha radici autocritiche oltre ad avere un chiaro spessore polemico nei confronti di quegli usi e luoghi comuni contestati?
Molte delle teorie sulla razza si sono sviluppate a partire da un dato che biologicamente non ha alcun valore, ma psicologicamente è una realtà: noi siamo fatti in un certo modo e ci sembra di essere normali, gli altri che sono fatti in modo diverso, tanto normali non ci sembrano. Oggi questi ragionamenti sono esplicitati da individui che certo non sono un modello di eleganza intellettuale, ma se ci si pensa bene, nell’Atene del V secolo, quella di Platone e Aristotele, si vedeva l’umanità divisa allo stesso modo: greci e barbari. Dunque non si può riproporre lo stesso schema dicotomico, contrapporre noi-che-razzisti-non-siamo a quelli-che-sono-razzisti, ma bisogna cercare di andare oltre. Il primo passo è rappresentato dall’ammissione che avere a che fare con persone che percepiamo diverse da noi, che hanno stili di vita, orari, religione, cucina, abitudini diverse dalle nostre costa fatica; il secondo, dal riconoscere che, se non si fa questa fatica, ci autocondanniamo a vivere in un mondo lacerato da conflitti identitari insanabili.
  • Europei senza se e senza ma.Io lo so chi è il vero europeo, ho pensato: è l’uomo di Neandertal.” e poi “Volete vedere che faccia ha un immigrato africano? Guardatevi allo specchio. Volete vedere che faccia ha un vero europeo, senza se e senza ma? Troppo tardi, bisognava pensarci trentamila anni fa.” Ancora “basta ragionarci un po’ su per rendersi conto che concetti in apparenza semplici, l’Europa, gli europei, l’identità europea, non lo sono affatto.” ma “E più ci si pensa, più ci si rende conto che la biologia c’entra sì, ma fino ad un certo punto.” Allora che cos’è “l’identità europea” e perché “vale la pena di difenderla”?
L’identità europea è, come tutte le identità, indefinibile in poche parole, perché, come ci insegna il premio Nobel Amartya Sen, è frutto della stratificazione di concetti, stati d’animo, filosofie, gusti, passioni molto diverse e non correlate fra loro. Ma storicamente l’Europa è un posto dove si sono sviluppate idee di tolleranza (non l’unico: negli anni in cui a Roma Giordano Bruno veniva messo a morte, il gran Mogul islamico di Agra, Akbar, codificava i diritti delle minoranze). E soprattutto è l’unico continente in cui siamo nati, e quindi vale la pena di difenderlo come luogo della convivenza.

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