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Ferrara - Dove è pietà (13/28 febbraio 2010)

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Quand’ero bambina, alle elementari, ci facevano scrivere ancora con penna e inchiostro; grande divertimento era quindi fare qualche macchia, ripiegare il foglio e vedere che cosa ne saltasse fuori. Di solito era un disegno perfettamente simmetrico vagamente somigliante a una farfalla ma chi era più abile riusciva a fare più pieghettature della carta in modo che il risultato fosse meno scontato. Le opere di Marcello Darbo, a prima vista, sembrano avere questa caratteristica di ripetitività dell’immagine con quelle pennellate scure che si rincorrono in una serialità voluta quasi un fluire continuo di un qualcosa a noi sconosciuto, magma di un dettato interiore che si estrinseca in una cupezza d’immagine cui qualche tratto in cromie diverse ne alleggerisce la campitura. Ma poi fissando i dipinti si notano le variazioni, l’informale talvolta si dissocia in figure che traggono rilievo dal risparmiato. Spesso però è la casualità che ha la meglio - come afferma lo stesso Darbo nell’illustrare le sue opere su carta da pacchi di grandissimo formato - cui l’artista aggiunge qualcosa, corregge, manipola ma dove è sempre la suggestione di un’onda che si muove, e pertanto si trasforma, l’ossessivo imput al tracciato pittorico.
“Dove è pietà” è l’intrigante titolo della mostra che suggerirebbe un compulsivo modo di atteggiarsi verso la sofferenza, verso quello, cioè, che più facilmente tocca le corde del nostro sentire. Tuttavia è difficile per il visitatore comune essere nella stessa lunghezza d’onda di questo assunto. E allora pietà per se stesso per il male oscuro - l’arte - che l’arrovella o pietà per lo spettatore che non riesce a penetrare nel labirinto del disegno?

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