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Dolce Vita; La (Federico Fellini, 1960)

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      Anniversari… La Dolce Vita
    Sono passati proprio cinquant’anni. Un anniversario tra mille anniversari, di quell’anno. Non sappiamo se iniziare da quello di cui vogliamo parlare, La Dolce Vita, film di Federico Fellini: era proprio il Febbraio del 1960 quando debuttò a Milano, tra sputi al regista, interpellanze parlamentari, giornalisti della falsa morale, proposte di rogo e ciarpame di italietta modesta e piccolo borghese. O se vogliamo ricordare anche i tanti fatti di quell’anno. In Italia era l’epoca dell’ultimo governo democraticocristianoefascista di Tambroni, uno che era stato iscritto al Partito Nazionale Fascista e che divenne centurione della Milizia contraerea ad Ancona negli anni Trenta. Quello che alla Camera per la fiducia al suo governo, fece appello al patriottismo dell'aula giacché ci sarebbero state le Olimpiadi, quello che permise ai fascisti di fare un congresso nella rossa Genova, provocando la protesta popolare in tutta Italia con morti e feriti. Ma soprattutto in quell’anno c’erano tre figure che dominavano la scena internazionale, Kennedy, Papa Giovanni XXIII e Kruscev… Mentre dal Congo Patrice Lumumba si affermava come simbolo della riscossa africana, il FLN Algerino stava per liberarsi dal colonialismo francese e un medico argentino involontariamente si stava, a Cuba, trasformando nell’icona degli anni Sessanta. Ma è anche l’anno in cui in Italia escono film come Rocco e i suoi fratelli (Visconti), L’avventura (Antonioni), La ciociara (De Sica), Tutti a casa (Comencini) e un’opera prima di un maestro misconosciuto come Florestano Vancini, La lunga notte del ‘43, ambientato a Ferrara. Per citare poi, solamente, A bout de soufflé di Godard, Psyco di Hithcock, L’Appartamento di Wilder.
     Verrebbe da dire, formidabile quell’anno. E continuare tra i vari anniversari, l’Anniversario di quell’anno. Ma non tracimiamo e ritorniamo a La Dolce Vita e al maestro Federico Fellini. Iniziare a parlare di uno dei film più famosi di sempre, in tutto il mondo, in cui parole come “Paparazzo” e “Dolce vita“ sono diventati famosi come “Rinascimento” e “Pizza” è compito arduo giacché ripensare a quel film è come entrare in un museo o in un Panteon della cultura del Novecento. I richiami culturali alti sono a Goya e a Grosz e probabilmente Petronio e Giovenale. Ma anche alla rivista Marc’Aurelio e a Totò, Imperatore di Capri. E’ stato un film-avvenimento così eccezionale che basterebbe leggere i giornaletti di destra per capire che quei giornalisti sono simili se non proprio uguali a quelli di oggi… Fellini fu accusato di essere paracomunista… lebbroso spirituale… un attentatore della gioventù. L’Osservatore Romano comparve con un titolo “Basta” e il giornale della Confindustria Globo chiese il sequestro del film. Un famoso giornalista, credo Mosca, iniziò l’articolo con “è una porcheria”, poi quando vide che il film incassava una montagna di soldi e a Napoli c’erano i bagarini che vendevano i biglietti al nero a cinque volte il prezzo, modificò con “è un capolavoro” insegnando così ai politici di oggi come sono necessari i sondaggi prima delle opinioni. E ci fu un giovane giornalista di destra, diventato poi una specie di regista televisivo, tal Pier Francesco Pingitore che scrisse un articolo dal titolo Le furberie di Fellini: non si rendeva conto che parlava del suo stesso mondo, l’unica differenza tra i due era quella che c’è tra un museo e un poster in discoteca. Le interpellanze parlamentari soprattutto dei fascisti e dei democristiani e le estenuanti polemiche sulla stampa fecero temere il ritiro del film dalle sale e una serie di tagli di censura, ma lo scempio non avvenne, soprattutto perché Fellini aveva avuto l'idea di proiettare il film in anteprima in presenza di un importante prelato romano, che ne aveva difeso i contenuti. Ma anche da sinistra non ci fu una difesa forte e sincera, Vittorini non fu clemente, scrisse… “Io lo trovo profondamente cattolico… è stato preso come una domanda sociale, ma non lo è affatto…”. Da tutto questo si può capire che era stato realizzato un capolavoro. Un capolavoro è qualcosa che non soddisfa tutti, solo le cose mediocri possono piacere a tutti, perché più una cosa è modesta più non mette in discussione modelli, comportamenti, vite. Pensate che in televisione in Italia è stato trasmesso solo nel 1976 con alcuni tagli e nella Spagna franchista non è mai stato proiettato e solo negli anni Ottanta gli spagnoli lo hanno potuto vedere.
     La lavorazione del film ha inizio a Cinecittà il 16 marzo 1959, dove vengono costruiti moltissimi set, compreso un tratto di Via Veneto. Il copione, provvisorio come spesso accadeva alle produzioni di Fellini, subisce notevoli metamorfosi in corso d'opera, spesso rimodellandosi intorno ai personaggi e alle situazioni. Due scene (assenti dalla sceneggiatura originale) vengono completamente "improvvisate": la festa dei nobili al castello, girata nel palazzo Giustiniani-Odescalchi di Bassano Romano in provincia di Viterbo, e il "miracolo" dei bambini con concorso di una folla di fedeli, di forze dell'ordine e di militari. Le riprese terminano nell'agosto dello stesso anno. In sei mesi vengono girati circa 92.000 metri di pellicola, che nell'edizione definitiva vengono ridotti a 5.000.
     Prima di raccontarvi la storia… nel film c’erano anche la modella e cantante Christa Paffgen, che adottò successivamente lo pseudonimo di Nico, negli anni Sessanta ha lavorato con i Velvet Underground ed è stata musa di Andy Warroll (è morta nel 2009), appare anche Adriano Celentano che esegue con un gruppo musicale il brano Ready Teddy.
     Marcello è un giornalista romano che si occupa di servizi scandalistici, una specie di papà di Corona ante litteram, con le dovute differenze di epoca, ma in realtà avrebbe l’ambizione di diventare uno scrittore e un essere dignitoso moralmente. E’ un uomo intorno ai quaranta anni, cinico e disincantato, che danza nella vita perché non riesce a trovare le risposte alle domande che gli frullano nella mente. Domande che sono le domande di chiunque ha un’anima e una coscienza, anche se ammaccata e condizionata.
Il film è diviso in quadri, alcuni critici ne indicano sette, altri dodici episodi, compiuti ed elaborati sull’esile traccia di una lunga peregrinazione per Roma, diurna e notturna, compiuta da Marcello Rubini (M. Mastroianni), un giornalista in crisi morale e spirituale, seguito da un fedele fotografo, Paparazzo.che narrano la «dolce vita» della Roma della fine degli anni ‘50 e l’inizio dei ‘60. Nel primo episodio gli occhi dei romani sono puntati in alto, a guardare un'enorme statua di Gesù Cristo lavoratore, che sorvola le case di Roma, sospeso da un elicottero. Un Cristo che passa con leggerezza e prodigalità sui nuovi quartieri, anche proletari, del sacco della città. Un Cristo lontano ma non sparito dalle coscienze e tuttavia in un cielo vuoto, senza riferimenti.
     In un secondo episodio, mentre scorazza per via Veneto alla ricerca della foto da vendere e dal servizio da fare sul gossip di allora, Marcello ha un’avventura con Maddalena, la figlia di un ricco industriale che forse ama non ricambiato.
     Nel terzo episodio Marcello è incaricato di accogliere nella capitale l'attrice americana Sylvia (Anita Ekberg), stella del cinema. Marcello la intrattiene in un pub frequentato dai turisti stranieri, il «Caracalla's», un locale finto in stile antico. Nonostante la sua indolenza e timidezza, fa delle avances all'attrice. Uscita dal locale eccitata e un po’ ubriaca, Sylvia vede Fontana di Trevi e si immerge. Marcello superata la sua timidezza, la raggiunge nell’acqua fredda e le dichiara il suo amore. Ma quando la riporta in albergo incontra il fidanzato di Sylvia, che lo affronta e lo stende con un pugno; il tutto davanti ai fotografi che immortalano la scena.
     Un altro “quadro” si svolge fuori città. Il popolo romano è in preda ad un episodio di isteria collettiva, due bambini dicono di aver visto la Vergine Maria in un prato fuori città. Marcello accorre per scrivere un pezzo, ma la sua attenzione è distolta dalla sua fidanzata, Emma, angosciata e depressa, è convinta che lui l’abbia abbandonata senza dirglielo.
Nel quarto episodio Marcello va a trovare a casa lo scrittore Steiner, che rispetta come un padre, ammira come intellettuale e vorrebbe imitare, ma nella cui apparente serenità della vita familiare con la moglie e i figli sta per scoppiare un'orribile tragedia.
     In un'altra scena, Marcello ricevere la visita del vecchio padre, riminese. I due si incontrano in un caffè all'aperto di via Veneto, decidono di andare in un night.
     Nell'episodio successivo Marcello si trova in un castello nel viterbese durante una festa dell'alta società organizzata da una famiglia della nobiltà romana.
     Un altro party, a cui partecipa Marcello, si tiene in una villa sul mare, a Fregene che si conclude dopo una notte interminabile con uno spogliarello collettivo che più che erotico è di disperazione. Una specie di “suicidio collettivo”.
     L'ultima scena del film si svolge sulla spiaggia antistante la villa, dove viene rinvenuta, morta, all'alba, una mostruosa creatura marina (secondo la storica Karen Pinkus la creatura arenata rappresenta in modo simbolico Wilma Montesi, la donna protagonista di quello che si considera il primo caso di cronaca nera trattato in modo mediatico a livello nazionale. Secondo la Pinkus, l'intero film contiene riferimenti al caso, anche la figura dei paparazzi è stata ispirata da quella dei cronisti che si occuparono dell'omicidio. Il festino nella pineta laziale nel film sembra avvalorare questa tesi).
     Sulla riva Marcello sente una voce che lo chiama. È Paola, un'innocente ragazzina conosciuta per caso in una trattoria, che si trova al di là di un rivolo d'acqua. Marcello si volge verso di lei, pur non essendo lontano non riesce a riconoscerla, né a udirne le parole.
     Il film è un grande spettacolo, fantasmagorico, dirompente e classico, in cui la satira (anche sociale) e la critica di costume sono trasfigurate dal viso della vita e si confondono con il gusto della profanazione e il piacere dell'avventura. Su un panorama di assenze, lutti e rovine c’è tuttavia una luce festosa, perché la vita è -nonostante tutto- dolce.
    La complessità del discorso è consegnato a un linguaggio rivoluzionario che capovolge le regole tradizionali dello spettacolo cinematografico e della drammaturgia per affermare la grande forza dell'immagine "libera". Immagine priva dei legami che la uniscono ad una logica strutturata e quindi chiusa, che molte volte le impediva di esprimere pienamente l'urgenza di una passione o l'acutezza di una visione. Nella struttura di questo film, Fellini mira ad una visione apocalittica, quasi onirica, della realtà, nella quale è suo intento coinvolgere e analizzare non solo la dolce vita, ma anche la vita, nella sua fragilità, nella sua oppressione, nel suo fanatismo.
     Come concludere, con una risposta che dette Pasolini a chi gli chiedeva di cosa ne pensasse di Fellini. Fellini? Il danse… (Egli dansa).

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