Paolo Massobrio, I giorni del vino. 365 assaggi meditati e raccontati, Torino, Einaudi, 2009, pp. 450, € 17,50 Ne I giorni del vino, Massobrio dedica, ad ogni giornata, l’assaggio di un vino, anche imperfetto, cui si leghi una visione, un’idea, una persona, un luogo, una tradizione, un ricordo, un aneddoto, un percorso di vita, una famiglia, un mestiere: si coglie, qua e là, un salato pizzico di
retorica, un vanigliato velo di poetica, una pepata dose di scelta. Infatti, oltrepassando la scomoda soglia della formula scelta per raccontare attorno al vino, si incontrano le Appendici, accoccolate in ottanta pagine -Cantine (divise per regione, in ordine alfabetico rispetto alle località, con tanto di indirizzo, telefono, fax); Ristoranti e hotel (sempre per regioni, ordinate e con recapiti); Prodotti e negozi (idem come sopra)- che rivelano quanto il volume possa essere, tra le altre cose e da un certo punto di vista, un’operazione di sostegno all’economia italiana. Seppur di nicchia.
Dall’uva che si lascia pestare al bicchiere portato alle labbra, il passo è complesso, ampio e tortuoso a seconda delle persone e dei tempi. Nel carteggio Carissimo Simenon Mon cher Fellini (Adelphi, 1997), Federico Fellini, trovandosi in vacanza salutare in quel di Chianciano scrive al padre di Maigret: «qui c’è una divinità: il Brunello di Montealcino, un vino rosso che può competere vantaggiosamente anche con I più celebrati vini francesi. Scrivo queste righe nell’ufficio della proprietaria dell’azienda, messo un po’ in soggezione dalla valanga di premi, diplomi, medaglie, coppe che mi sovrastano da ogni parte e dalle foto di regnabti, cardinali, e famosissimi ubriaconi di ogni parte del mondo con dediche di gratitudine totale (…) Non m’intendo molto di vino, anzi non me ne intendo affatto, ma questo Brunello assaggiato dinanzi al paesaggio straordinario della val d’Orcia mi è sembrato buonissimo. Comunque l’idea di farlo giudicare a Simenon è stata di Giulietta. Eccolo qua dunque, mi auguro che sia arrivato in buono stato. Brindiamo auguralmente alla felicità dei nostri amici Teresa e Georges. Prosit! Cin-cin! Evviva!» (cit., 3 settembre 1977, p. 62)
Non è che il Brunello acquisisca punti in più per il consumatore/Lettore per il fatto che una bottiglia sia stata nelle mani anche di Simenon per merito del pensiero affettuoso della coppia Masina-Fellini. Né che, per il fatto che esista un conflitto d’opinioni, come ci viene confidato, riguardante i vini rossi in casa Massobrio -«Mia moglie ama il Brunello di Montalcino, e un anno ho aperto il mio Top Hundred, che era quello del 1999 dell’azienda Fanti di Castelnuovo Abate» (p. 360)- un vino debba prevalere sull’altro. Più che altro, è un dato di fatto che il prodotto finito, qualsiasi etichetta abbia, assurga ad un proprio protagonismo in virtù del racconto tessutovi attorno, sia esso familiare o individuale, collettivo o storico.
Poiché il vino è una distillazione d’esperienze: è il caso del Barbaresco - per Massobrio, che nonostante una trentina d’anni d’assaggi riesce ancora ad entusiasmarsi, alcuni assaggi si sono rivelati «espressione autentica di Langa» - tanto che il Nostro giornalista di economia agricola e di enogastronomia, ha il dubbio di aver «contratto un virus» a causa del quale sente «il richiamo e la voglia fisica di questo vino» (p. 249). Un’esaltazione del sentire che può salpare inaspettatamente in ognuno di noi se, seguendo l’esempio di Massobrio, terrà come prezioso faro le riflessioni di Luigi Veronelli.
Poiché, oltre ad esservi un vino per ogni occasione, ovviamente occorre cercarlo e farlo proprio, il vino rappresenta il tentativo di imbottigliare il tempo/vita che scorre in un territorio, di raccoglierne la sintesi nella spremitura di un anno, coscienti, naturalmente, dell’esistenza di qualche miscelamento, di qualche “taglio”, di qualche novità enoica (vedi il tema birra affrontato a p. 88), oppure consapevoli delle difficoltà: «C’è un vino che nasce sulla sabbia. Ed è una «viticoltura eroica» pure questa, schiacciata dalla volontà di costruire case e stabilimenti lungo le dune sabbiose dell’Adriatico» (a proposito del Doc Bosco Eliceo del litorale ferrarese, p. 244).
Metafora oramai scontata ed abusata, quella che vede il Vino e la Vita quali protagonisti, tuttavia, cui non si riesce a negare il consenso. Nonostante che il Lettore non abbia modo di verificare se le persone proprio quel giorno fossero in loco, o se, a quel giorno di quell’anno in realtà corrisponda quell’esperienza (31 marzo L’Aglianico internazionale «Ho assaggiato l’Aglianico, il 13 luglio 2008 alla tavola sontuosa del ristorante Lucanerie di Matera», p. 92, corsivo dell’Autore).
Si tratta indubbiamente di un gioco, gradevole e ben concepito, d’allusioni, di facili coinvolgimenti emotivi e d’altro, cui l’Autore si è consacrato, ed a cui invita i Suoi lettori.
Esempio dell’innegabile approvazione alla metafora di cui sopra, è questa pubblicazione I giorni del vino, nelle pagine della quale la concordanza assaggi-momenti, assaggi-persone, assaggi-luoghi, non può dirsi originale. E’ probabile, comunque, che il Lettore manifesti il proprio benestare per la riconosciuta professionalità dell’Autore, ed il proprio gradimento consultandone e utilizzandone la parte compilata a rubrica.
Divulgativo a tratti, didattico in qualche immancabile riga: in attesa d’una nuova formula d’incontro letterario tra critico, prodotto e consumatore, I giorni del vino da centellinarsi una pagina al giorno.










