Jeffrey Jacob Abrams -regista, tra gli altri, delle serie televisive Alias (2001-2006), e Lost (dal 2004), nonché del film Mission: Impossible III (2006)- ha rinnovato il mondo di Star Trek imponendovi una lacerazione che porterà i personaggi classici di Kirk, Spock, McCoy, Uhura, Scott, Checov e Sulu a vivere una vita parallela rispetto a quella conosciuta sino ad ora. Forse vi era la necessità di rimmovare la storica saga fantascientifica, le cui origini risalgono al
1966 con la serie televisiva ideata da Gene Roddenberry, superando le critiche e le crisi della serie Voyager (1995-2001), e dell’ultima Enterprise (2001-2005), senza dover ricorrere all’ormai storico Jean-Luc Picard (Patrick Stewart), di The Next Generation. Vi era il bisogno, forse, di colpo di reni, si potrebbe dire, che le permettesse di staccarsi dai dieci film precedenti (6 con i personaggi della “serie classica” e 4 con quelli “next generation”), per aprirsi ad un mondo completamente nuovo e, paradossalmente, infinito. Tuttavia non è possibile evitare di chiedersi se era davvero necessario reiventare quei personaggi ricorrendo all’espediente di una realtà alterata, non parallela bensì modificata (del tipo Ritorno al futuro), ridisegnando così il carattere dei protagonisti adattandolo alla sensibilità moderna o, meglio, giovanile. Ora sono più sanguigni, iracondi, esagerati, colitici (quasi una nuova Iliade), più simili alla nuova serie di Star Wars e, nelle intenzioni, più vicini ad un sentire giovanile che si vuole sempre al di sopra delle righe. Il tessuto narrativo della saga, dunque, è definitivamente alterato. Eppure… soffermandoci qualche istante a pensare, questa storia non regge. Al di là della riproposizione di soluzioni già percorse nella saga (quella dei film), come il viaggio nel tempo e la nuova scoperta -in questo caso dell’equazione per il teletrasporto- già proposte in Rotta verso la Terra, rimane da chiedersi se alterando il passato il viaggiatore del tempo non ne risentirebbe (un po’ come ne Ritorno al futuro). Non voglio sciorinare la grande serie di domande -talune apparentemente folli- generate dall’alterazione del continuom spasio-temporale, tuttavia l’incontro dei due Spook appare, quanto meno, come una profonda forzatura della logica.
Il film, nella sua costruzione, è stato un successo. Veloce nella narrazione, con pochissimi tempi morti. Tra gli attori spicca Bruce Greenwood confinato, però, in una piccola parte e Leonard Nimoy, ormai ottantenne. Gli altri, soprattutto i protagonisti, costituiscono una macchia di colore su di un tessuto bianco, come una storia già vista.
Speriamo nelle prossime avventure? La saga si è definitivamente adagiata sul nuovo sentire generazionale? Allora, mi si perdoni la parafrasi: chi cancella la memoria del proprio futuro è costretto a riviverne gli errori.










