Lucia Boni, Imbuti di cristallo, Ferrara, La Carmelina, 2009 In questo tascabile di Lucia Boni, la poesia è intesa come frammentazione del pensiero nel suo difficile fluire, nell'ostacolo che trovano le parole nello scendere dal buco stretto dell'imbuto; imbuto o clessidra, i vocaboli quasi si equivalgono nell'accezione che ne fa Lucia, in cui i granelli che passano si ricompongono poi in diverso modo, ma ne rimane inalterata l'essenza.
Apparentemente questa è una poesia di voluta quotidianità, di piccole cose, di gesti ripetuti quasi macchinalmente e di cui spesso non ci rendiamo nemmeno conto, poesia quindi che si ricollega alla linea più settentrionale della nostra penisola di concepire questa forma letteraria. Il modello parte da un'oggettualità minima invasiva senza però accedere ad echi crepuscolari ed in cui l'io si cela senza alcun tono elegiaco, senza alcun compiacimento proprio in queste trasparenze. Barattoli, bicchieri e tutto ciò che è di vetro rappresenta la fragilità del nostro essere, visibile soltanto a chi ci sta vicino o meglio a chi ci vuole bene. L'originalità dello scrivere di Lucia sta proprio in questo: nella continua metafora di se stessa in una poesia che di metafore ne sembra totalmente priva. È, il suo, sostanzialmente un canto d'amore verso il complementare, colui che le vive accanto e che riesce a vedere ciò che sta dentro ai recipienti trasparenti e ne intuisce i pensieri tanto difficili da esprimere nel passare al vaglio della lingua.
La forma così spezzettata, priva di punteggiatura, con solo qualche inciso, con ripetizioni evidenti quasi talvolta un leitmotiv, sottolinea ancor più la difficoltà di mostrarsi al nudo senza infingimenti, senza il sottile involucro protettivo del cristallo.
La raccolta, che ha l'andamento di un poemetto, con i testi preceduti da un'elencazione in numeri romani anche se sottotitolata, date le sue piccole dimensioni e il contenuto, potrebbe benissimo fungere da "quadernetto gotico" da regalarsi fra innamorati.

