Se Saving Private Ryan (Steven Spielberg, 1998), ha rappresentato una sorta di svolta nel modo di raccontare la guerra -almeno attraverso le immagini- la realizzazione della miniserie di dieci episodi Band of Brothers (prodotta da Spielberg e Tom Hanks), è stato un salto significativo per la televisione da tempo restia -soprattutto in Italia- a dedicare uno spazio periodico al tema bellico. Soprattutto quando lo scontro assume un ruolo preminente -in termini di minuti-
nell’economia generale del prodotto televisivo. In altre parole accade spesso che l’obiettivo dei realizzatori sia quello di mostrare chiaramente l’eroe, mentre l’impatto dell’orrore reale della morte venga ridotto, in qualche modo, ad alcune scene soft; stemprato tra le pieghe di una storia che intende esaltare solamente gli acclarati valori positivi del combattere. In questo modo, tutto diviene simbolico; il contesto non è che un insieme di sfumature di cui si perdono i contorni, quindi comprendibile tutto, dalle divise sbagliate ai mezzi impropri, dagli ordini privi di senso e cretini ai luoghi non corrispondenti. Band of Brothers è pur sempre una fiction, eppure fa un passo in più rispetto a tanti altri prodotti. Quasi certamente grazie alla struttura narrativa del best seller di Stephen Edward Ambrose, Band of Brothers: E Company, 506th Regiment, 101st Airborne from Normandy to Hitler’s Eagle’s Nest (1991), cui fa esplicito riferimento, pubblicato in Italia come Banda di fratelli (TEA, 2002). Non meno importanti sono le testimonianze dei reduci di quella compagnia -inserire nelle puntate e raccolte nel CD speciale We Stand Alone Together- supportate dal libro di uno dei personaggi citati Beyond Band of Brothers: The War Memoirs of Major Dick Winters (2008). Complessivamente, pur rimanendo alcuni passaggi piuttosto discutibili, molti degli errori storici e delle fantasiose interpretazioni, con cui Spielberg aveva infarcito Saving Private Ryan, sono assenti.
Raccontare la guerra in modo crudo -pur salvaguardando l’integrità stomacale dello spettatore- ma mai splatter, può essere una buona soluzione per ricordarne gli effetti ad un pubblico distratto e mantenuto nell’ignoranza. Sia ben inteso: non un pubblico ignorante, bensì un pubblico cui è negata la reale informazione sulla guerra. Non è un segreto come dopo la guerra mass-mediatica del Vietnam, persa anche per il cedimento del fronte interno, i politici ed i generali abbiano ridotto al minimo se non del tutto cancellato l’informazione dalla “linea del fronte”. Solo echi di battaglie, conteggio dei morti, ma mai in video la battaglia in corso e la morte istantanea o sofferta dei combattenti. Alcune cose passano il filtro della censura di fatto per merito della tecnologia, come i cellulari, tuttavia assai raramente realizzate da giornalisti, piuttosto da soldati, a volte esaltati che inviano le loro bravate a siti come You Tube o li conservano a buona memoria del loro eroismo.
I contenuti di Band of Brothers presentano alcune novità significative. Il sottotitolo, They depended on each other, and the world depended on them, sembra ricalcare molti dei beceri modelli propagandistici. Tuttavia, la trama dei 10 episodi pur rimanendo sempre nell’alveo di un’incondizionata esaltazione della fratellanza militare -che non è una verità assoluta, ma un paradigma funzionale all’idea stessa della guerra- presenta qualche difformità rispetto a produzioni ben più spalmate, ottusamente, sui valori dei vincitori. Se i tedeschi non sono, poi, così crudeli -ad eccezione dell’episodio Why We Fight- qualche volta lo sono stati i “nostri” eroi come nel caso della fucilazione dei prigionieri (episodio Day of Days), oppure dell’eliminazione sommaria di qualche probabile criminale di guerra (episodio Points). Il quadro delle possibili reazioni di fronte allo stress è abbastanza delineato e si va dall’eroismo maturato nel disprezzo per la vita, alla crisi psichica -che gli studiosi statunitensi avevano iniziato a studiare organicamente sin dal 1917- mostrata in diverse forme dal medico, al soldato, all’ufficiale. A ciò si aggiunge la disumanizzazione conseguente alla guerra e la difficoltà di ritornare non solo alla vita civile, quanto ad una semplice condizione di pace.
La storia della “Compagnia E” non è raccontata nei minimi particolari, dunque molto della guerra rimane sullo sfondo, sia il tempo non coperto dalle puntate, sia quello sintetizzato nella trama narrativa. La guerra è sempre un aspetto soggettivo. Il punto di vista è quello di chi combatte -sin dall’addestramento, episodio Currahee- anche quando il tenente Winters avanza nella gerarchia militare e lascia il comando dell’unità, arrivando sino a condurre il battaglione. Gli episodi raccontati diventano, così, frammenti di scontri più ampi, dal D-Day (Day of Days e Carentan), all’Olanda (Replacements e Crossroads), dalle Ardenne (Bastogne e The Breaking Point), alla Germania (The Last Patrol e Why We Fight), sino all’Austria (Points). Una parabola che si chiude cinematograficamente con l’accenno alle vite successive dei protagonisti e la citazione dell’Enrico V di Shakespeare (atto IV, scena III), che ha ispirato il titolo: «From this day to the ending of the world, But we in it shall be remember’d; We few, we happy few, we band of brothers; For he to-day that sheds his blood with me Shall be my brother».
Un serie di brevi film, perché di questo si tratta, che meritano di essere visti, benché non abbiano lo spessore, né arrivino all’intensità dei film diretti da Clint Eastwood, Flags of Our Fathers (2006), e Letters from Iwo Jima (2006), anch’essi tratti da altrettanti volumi: l’omonimo Flags of Our Fathers di James Bradley e Ron Powers (2000); e “Gyokusai s?shikikan” no etegami (Picture letters from the Commander in Chief), del generale Tadamichi Kuribayashi (2002). Tanto più che per il maggio 2010 è prevista la diffusione in Italia della successiva serie di 10 episodi, realizzata sempre da Steven Spielberg e Tom Hanks, intitolata The Pacific, riguardante la guerra contro il Giappone e ispirata principalmente da altri due libri di memorie: With the Old Breed: At Peleliu and Okinawa di Eugene Sledge (1981), e Helmet for My Pillow di Robert Leckie (1957).
- Currahee regia Phil Alden Robinson
- Day of Days regia Richard Loncraine
- Carentan regia Mikael Salomon
- Replacements regia David Nutter
- Crossroads regia Tom Hanks
- Bastogne regia David Leland
- The Breaking Point regia David Frankel
- The Last Patrol regia Tony To
- Why We Fight regia David Franke
- Points regia Mikael Salomon
- We Stand Alone Together diretto da Mark Cowen

