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Noi credevamo (Mario Martone, 2010)

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Abbiamo visto Noi credevamo diretto da Mario Martone.
Sette anni per prepararlo e poterlo realizzare, sette sono circa i milioni che sono serviti per poterlo portare a compimento. Un “colossal” di tre ore (quattro per la versione televisiva), con un cast “stellare” per il cinema italiano. Un po’ come l’ultimo film di Tornatore, ma questo - anche se con una sceneggiatura non del tutto precisa e riuscita - è sicuramente un film forte e possente, senza bozzettismi, velleitarismi e slogan. Argomento essenziale della nostra storia, Il Risorgimento è stato visitato poco dal nostro Cinema e non sempre con efficacia: c’è sempre stato il rischio del ‘santino’ o del didascalico se non del didattico. Ricordiamo i film di Visconti con il potentissimo Senso con il gusto per il melodramma e lo stile epico ideologizzato e con il ‘fantasmagorico’ e mitico Gattopardo in cui Visconti cerca più che la Storia soprattutto la ricerca del mondo perduto.
Ricordiamo Luigi Magni con i suoi film Nell’anno del Signore, Il nome del papa re, In nome del popolo sovrano, Arrivano i bersaglieri e La Carbonara in cui la romanità e ‘il popolaresco’ smitizzano gli eroi e quei tempi. Ricordiamo, andando indietro nel tempo, San Michele aveva un gallo e Allonsanfans dei fratelli Taviani, Bronte, cronaca di un massacro di Florestano Vancini. E poi il calligrafico Piccolo mondo antico di Mario Soldati che racconta le delusioni prodotte dalla conquistata unità e dagli ideali traditi, 1860 di Alessandro Blasetti del 1934 che si conclude con una imbarazzante e retorica visione delle falangi fasciste che sfilavano davanti ai reduci garibaldini. E poi, ricordando alla rinfusa, I Viceré di Roberto Faenza, Li chiamarono… briganti di Pasquale Squitieri, Il brigante di Tacca del lupo di Pietro Germi, Viva l’Italia di Roberto Rossellini, La pattuglia sperduta di Pietro Nelli, Quanto è bello lu murire acciso di Ennio Lorenzini, e altro ancora…
Abbiamo già scritto che Noi credevamo è un film potente e anche coraggioso, nonostante una forma algida e poco “melodrammatica” – ma questa è la cifra stilistica di Martone – ma dobbiamo anche dire che se c’è una grave colpa questa è nella sceneggiatura; ed è un peccato mortale. Perché un ‘operazione culturale’ del genere, in un’epoca di questo genere, richiederebbe un’attenzione maggiore, anche maniacale: Visconti si serviva di scrittori come Suso Cecchi d’Amico, Pasquale Festa Campanile, Enrico Medioli, Massimo Franciosa o Giorgio Bassani; Martone si serve solo di Giancarlo De Cataldo, uno scrittore legato a Romanzo criminale e a pochissime sceneggiature di gruppo, forse con un’esperienza e una professionalità non sufficiente per uno script di tale complessità epica, culturale e storica. A quanto pare Martone si è voluto caricare sulle spalle l’Epica della nostra Storia ed ha effettivamente rischiato in alcuni passaggi solo un esercizio di stile, se non di creare ‘la meglio gioventù’ dei nostri bisnonni. Eppure la sceneggiatura è stata costruita sulla falsa riga di Rocco e i suoi fratelli: un’introduzione (la più confusa e lenta, che un montaggio più coraggioso avrebbe snellito e forse emotivamente più coinvolto lo spettatore), i tre atti divisi sui tre protagonisti e il finale (la parte più forte del film, più emotiva, più politica, più chiara e anche più teatrale), anche se questo tipo di ‘interpretazione’ o svelamento dei lati bui e “osceni” del Risorgimento è stata già raccontata dai fratelli Taviani, da Vancini e da altri ancora. Altra scelta stilistica interessante (ma non nuovissima) è la ‘marginalità’ dei tre protagonisti nella storia; lottano, pagano dei prezzi alti come il carcere o la morte, sono a breve contatto con Mazzini o Garibaldi, ma non condizionano o indirizzano la Storia.
Come gran parte dei film sul Risorgimento, anche Noi credevamo è tratto da un romanzo, di Anna Banti, pubblicato nel 1967. E’ la storia di tre amici del sud Italia, due figli della nobilita agraria e un figlio di contadini agiati.
Domenico, buono, silenzioso, coriaceo e coerente fino alla fine – l’unico che assisterà alla disillusione degli ideali; Angelo, instabile, inquieto che si trasforma in un fanatico estremista; e Salvatore, il figlio del popolo, concreto, caparbio, deciso. Reagiscono alla repressione borbonica del 1828 giurando fedeltà alla Giovine Italia e agli ideali repubblicani e democratici di Mazzini. Una curiosità, ma come fa Mazzini che ha ventisei anni nel 1831 a essere come Toni Servillo?
In una girandola di trasferimenti i tre passano tra Torino e Parigi, il sud Italia e Ginevra. Il primo, ripetuto e un po’ confuso temporalmente destino è giungere presso l’affascinante, sensuale e lucida politicamente Cristina Belgioioso che vive in esilio a Parigi dopo essere stata bandita dalla Lombardia, dall’Impero Autro-Ungarico. I tre amici partecipano o assistono al fallimento del tentativo di uccidere Carlo Alberto nonché all’insuccesso dei moti savoiardi del 1834. Questa delusione porterà i tre amici fraterni a prendere strade diverse e a creare una frattura irrimediabile. A questo punto partono i tre ‘blocchi’ narrativi che riguardano i tre amici. Ma sarà con lo sguardo di Domenico che noi spettatori osserveremo l’evoluzione e il tradimento della lotta mazziniana e del cambiamento di ‘epoca’: se il giovane prende coscienza grazie alla repressione criminale delle truppe borboniche, perderà la speranza dopo decenni quando vedrà sempre i contadini uccisi e maltrattati dall’esercito piemontese e urlerà per la prima volta disperato quando un ufficiale piemontese farà fucilare dei garibaldini. In tutto questo c’è un Mazzini ieratico e distante, un Garibaldi lontano, un Filippo Orsini che prepara il complotto contro Napoleone III, la “follia” di Angelo, il carcere di Domenico assieme a Carlo Poerio, un Crispi concreto e complottatore “politico”. Su tutto questo lo scontro tra repubblicani democratici e monarchici.
Martone ritorna al cinema dopo sette anni, dopo L’odore del sangue. Noi credavamo è diretto con sicurezza e ci regala alcuni momenti molto belli, alcune scene corali sono efficaci anche se sembra che narrativamente l’autore sia troppo interessato a dover rendere cinematografico il suo pensiero e le sue idee, mentre come regia prevale un’idea più teatrale e quando lo manifesta chiaramente – nella parte finale – sembra più compatto e coinvolgente. A volte però non riesce a regalare quelle emozioni e quei sentimenti che un tempo i registi riuscivano a trasmettere al pubblico e far ‘nostri’ senza problemi. Un piccolo dettaglio da segnalare: ogni tanto compaiono strutture in cemento armato e scale moderne, non ci sembra del tutto sbagliata l’idea ma almeno potevano essere dei ‘mostri’ più cinematografici.
Il cast d’attori risulta ricco e variegato, tra i tanti attori, tutti bravi e credibili, vanno segnalati Valerio Binasco (Angelo, da adulto – lo ricordiamo in Lavorare con lentezza, e La Bestia nel cuore), Francesca Inaudi (Cristina di Belgioioso da giovane – la ricordiamo in Dopo mezzanotte e Io, Don Giovanni), Luigi Pisani (Salvatore – al suo debutto al cinema).
Da segnalare tutti i reparti, dalla fotografia, alle scenografie, ai costumi.
  • Regia: Mario Martone
  • Soggetto: Anna Banti
  • Sceneggiatura: Giancarlo De Cataldo, Mario Martone
  • Fotografia: Renato Berta
  • Cast: Luigi Lo Cascio (Domenico), Valerio Binasco (Angelo), Francesca Inaudi (Cristina di Belgiojoso), Renato Carpentieri (Carlo Poerio), Ivan Franek (Simon Bernard), Edoardo Natoli (Domenico da giovane), Toni Servillo (Giuseppe Mazzini), Luca Zingaretti (Francesco Crispi)
  • Uscita: venerdì 12 novembre 2010

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