Giuliana Berengan, La cucina delle donne di Ferrara, Ferrara, Maurizio Tosi Ed., 2006, pp. 70 Ogni volta che passo davanti alla cartoleria in Corso Martiri della Libertà, di fronte a Piazza Savonarola (a Ferrara), mi fermo a vedere quello che c’è in vetrina. L’esposizione rimane immutata per mesi e mesi ma ha una caratteristica che la rende per me affascinante: non ci sono libri “di richiamo”, nel senso che non vedrete mai, ad esempio, l’ultimo romanzo di Andrea Camilleri o di Giorgio Faletti.
Qui si trovano le pubblicazioni di case editrici minori e la produzione degli autori locali: poesia, saggistica, storia locale, narrativa, letteratura dialettale, c’è solo l’imbarazzo della scelta; luogo ideale per comprare un libro per pura e semplice curiosità, senza molta convinzione e poi scoprire di avere fatto centro.
Così è stato con questo libro: pensando di avere acquistato niente di più di un libro di ricette mi sono ritrovato fra le mani un piccolo scrigno di ricordi che sono in parte anche i miei e nei quali ho ritrovato molto della mia infanzia, quando non avevamo tutta la fretta di vivere che abbiamo oggi.
Non ho il piacere di conoscere la signora Berengan, ma nei suoi ricordi di cucina ho rivissuto il tempo in cui il cibo aveva non solo un altro sapore ma anche (e soprattutto) un altro valore e andava al di là della mera funzione biologica; un tempo in cui il menù della festa era un rito nel rito e un significato che nulla aveva da spartire con le necessità commerciali che ci spingono a fare di Halloween una festa “nostra”, tentando anche di giustificarlo con vertiginose arrampicate sugli specchi degli “esperti”, scomodando Celti e Padri Pellegrini.
Mentre raccoglie le ricette di casa, per gran parte quelle della nostra tradizione, ci racconta di un mondo dove tutto era più semplice, un mondo dove la qualità delle cose non era distorta ed ingigantita dal doping della pubblicità televisiva ed in cui la civiltà degli usi segnava il limite dove finisce il necessario ed inizia il superfluo molto prima di dove lo mette oggi la (in)civiltà dei consumi. “Per quanto la mia famiglia fosse benestante non c’era mai spreco…” è un’affermazione che dovrebbe fare riflettere.
Esce da queste pagine anche l’immagine di una donna a cui non siamo più abituati, perché la “zdòra”, la regina della casa, oggi non esiste più, trasformata dai tempi e dai cambiamenti della società: immagine però non di donna sottomessa ed emarginata, bensì di figura centrale della vita familiare, con un ruolo ben definito, tutt’altro che secondario, anzi fondamentale. La cucina appare come il sancta sanctorum della casa e le donne come “antiche sacerdotesse che la sapevano lunga”: sembrava davvero magico anche ai miei occhi di maschietto (certo non interessato alle faccende domestiche) il fulmineo movimento con cui la nonna “chiudeva” il cappelletto sul dito ed a Natale la cucina in moto a tutto vapore (letteralmente!) era davvero “un cerchio di streghe riunite per un Sabba con un pentolone di acqua bollente al centro dal quale si alzava fumo”.
Attenzione però, non ci sono solo ricordi, ci sono anche foto d’epoca (bellissime!) ma soprattutto le ricette: coraggio donne, si può ancora fare…

