Andrea Molesini, Non tutti i bastardi sono di Vienna, Palermo, Sellerio, 2010, pp. 376, € 14,00
Romanzo d’esordio di Andrea Molesini, già autore di libri per ragazzi e di qualche raccolta di poesie, Non tutti i bastardi sono di Vienna deve il suo titolo ad una frase pronunciata da uno dei personaggi – Don Lorenzo – dopo aver ucciso un ratto.
Ratti come conigli, tanto per citare uno dei
miracoli culinari di Teresa, eppure la famiglia Spada, nella propria villa, requisita dagli austriaci, non fa certo la fame. Si occupa anzi di aiutare, per quanto può, l’S.I. (Servizio Informazioni del regio esercito), grazie al codice segreto basato sugli scuri della casa, messo a punto dalla nonna. Inoltre finge di non sapere l’identità del custode Renato, almeno sino a quando gli avvenimenti precipiteranno; nasconde un pilota alleato, insomma cerca di aiutare il proprio paese dopo la drammatica sconfitta di Caporetto.
La trama parrebbe dunque lineare, ma agli occhi di Paolo, il diciassettenne narratore, niente appare scontato. In poco meno di un anno vive esperienze che lo segneranno per sempre. Conosce l’amore – per Giulia – la gelosia, l’odio, l’odore della morte, la disperazione altrui. Quanto basta per accelerare il suo ingresso nel mondo degli adulti. La figura di Paolo è, senza alcun dubbio, quella meglio delineata. Seguiamo con curiosità e affetto le sue vicissitudini, assistiamo, come solo ad un lettore è concesso, all’alternarsi delle sue emozioni; tuttavia sono forse le figure femminili, pur sullo sfondo, a dettare i ritmi della narrazione. Nonostante i personaggi maschili, grazie all’azione, ma anche alle loro riflessioni sul presente – del nonno, di Renato, del capitano austriaco – siano quasi sempre sul proscenio, sono le donne ad attrarre a sé il racconto. La nonna e la zia, Teresa, Loretta, Giulia, le tre donne violentate, la contadina che, per lo stesso motivo, si uccide, dimostrano ancora una volta come la Storia parli spesso - nel suo strato più profondo, quotidiano e faticoso - al femminile. In questo l’opera di Molesini può essere accostata al magistrale romanzo di Stuparich Ritorneranno, con cui condivide l’ambientazione o meglio il periodo storico, ma soprattutto possiamo ritovare la stessa attenzione alle figure femminili e allo stratificarsi, al sovrapporsi degli avvenimenti che generano la complessità del reale.
L’autore è inoltre assai abile nelle descrizioni d’epoca, davvero particolareggiate, dimostrando così una buona conoscenza della Storia, come testimoniano anche il discorso di Renato sul patto di Londra, e sul ruolo avuto dall’Inghilterra nella spedizione dei Mille.
La sua è una narrazione corale che ha il respiro e la complessità dei grandi romanzi, un affresco colorato e vivido, grazie alla fonte stessa del racconto (le memorie di una prozia), ma soprattutto alla notevole opera di costruzione della trama, che non accusa mai un calo di tensione narrativa.
Per concludere, vorrei fare un’ultima considerazione riguardo alla forma: a sostegno delle vicenda vi è una semplicità della lingua - credo voluta - lineare e piacevole, impreziosita dall’uso del dialetto, davvero godibile, ma forse incapace di colpire il lettore più esigente.
Comunque sia, il romanzo è ben scritto, e rappresenta senza dubbio una prova d’autore pienamente riuscita. Non ci resta che attendere la prossima opera di questo giovane scrittore, augurandoci, come appassionati lettori, una gradita riconferma.

