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Susi Andreatta e il ciclo di Adrian

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Il Barone e la fiammaL’apparente timidezza di Susi Andreatta ha conquistato gli astanti: non ha tentato minimamente di mantenere le distanze dal movente della propria scrittura, esprimendo semplicemente lo “svuotamento” provato dopo aver scritto cinque libri in pochi anni. Come se avesse un compito, un inconscio obiettivo, quello di parlare di donne, quale erede spirituale di persone alle quali nel Medioevo spettava il convento o il matrimonio per convenienza, dovendo sottostare al padre, ai fratelli, al marito.

Quando ho saputo dell’esistenza de “la saga di Adrian” mi sono venuti in mente nomi quali Milun, Rolandin, Guerrin, personaggi romanzeschi che hanno rappresentato la traduzione in ottave lombardo-padano-venete di narrazioni orali d’oltralpe. E mi sono chiesta se Sulle tracce di Amina. Un nuovo episodio della saga di Adrian – “Passioni travolgenti, erotismo e folli amori, ma anche lacrime e sangue in un immaginario e avvincente Tirolo medievale” (Quarta di copertina)-di Susi Andreatta ricalcasse le venture di una qualche principessa guerriera saracena come Antea oppure di qualche fata come Morgana.

Che l’area veneto-padana sin dal XII secolo (ed ancor prima) sia stata aperta all’influenza francese è cosa su cui non esistono dubbi: in estrema sintesi, i cosiddetti cicli carolingi ed arturiani hanno lasciato tracce nei nomi di persone, nei nomi di luoghi e nelle tradizioni, testimonianza ne sono le raffigurazioni presenti anche negli edifici religiosi in cui gli exempla in bassorilievo appaiono nei portali sia delle città settentrionali che di quelle meridionali. I personaggi romanzeschi (cavalieri, ma anche eroine quali Isotta dalle Bianche Mani e Isotta d’Irlanda innamorate di Tristano) arrivarono alle popolazioni, le quali dalle storie raccontate, esagerate, attinsero per creare modi di dire, e narrazioni, facendo propri contenuti e distorcendone il linguaggio. Ci sono giunte redazioni volgari toscane, lombarde, siciliane di imprese dalle sfumature ora poetiche, ora fantastiche.
Proseguendo la lettura, con Il Barone e la fiamma. Terzo episodio della saga di Adrian -“Una giovane donna, coraggiosa e appassionata, in un mondo che sembra dare spazio solo agli uomini. Il tutto in un avvincente ed immaginario Tirolo medievale” (Quarta di copertina)- mi sono resa conto di quanto sia naturale per Susi Andreatta raccontare di sentimenti: amore, odio, gelosie, passioni, desideri sessuali, aggressività e violenza, si rincorrono, pienamente umane, senza tempo. Diviene più chiaro il motivo per cui Andreatta abbia calato i propri personaggi nel buio Medioevo, un periodo in cui si sono rintracciate le radici di molta modernità. Scorrono i dialoghi ed i pensieri; alcune scene sono crude. Mi ricordano quelle storie che verranno rese di corte, esempi d’amor cortese, diluendosi disonestà e sconcezza cortesi. All’inizio, oralmente tramandate, quelle narrazioni rispondevano alla necessità di essere semplici, di rendere facilmente comprensibili i testi francesi, per così dire, originali. Storie lunghe, non troppo articolate, in cui forza e prodezze si mescolano alle giostre e agli amori, tanto da infuocare i cuori del popolo-pubblico; storie, per il Petrarca, soltanto utili a riempire di sogni e di immagini gli ascoltatori, quelle immagini di cui il Boccaccio molto si servì per i suoi racconti. Il favoloso è affiancato alla concretezza: ad esempio, Tristano dovrebbe accompagnare al cospetto del proprio zio, Isotta, figlia del Re d’Irlanda, perché gli vada in sposa, ma durante il tragitto in nave andarono “di sotto in una camera”; ancora, Berta, una delle sorelle di Carlo Magno, finisce per cedere alle lusinghe di Milone, dal quale avrà Rolando. Insomma, i misfatti amorosi sono al centro delle vicende narrate, con un pizzico abbondante di ironia da parte degli autori delle varie Corti. Nella verosimiglianza di certe pagine scritte da Susi Andreatta, non vi è spazio per le metafore, né per astratti riferimenti, i lemmi non lasciano fantasticare il Lettore ancorandolo alla realtà -tanto simile, seppur differente nei millenni- alla inciviltà di quella che può essere definita la prima modernità. Rimane sullo sfondo il contesto storico nel raccontare di Susi Andreatta, tuttavia il Lettore sarà portato a riflettere sul fatto che l’Umanesimo (e poi il civilissimo Rinascimento) prendono l’avvio nel Medioevo, nell’età de mezzo. Si dovranno riscoprire i classici per scacciare i vizi e rendere gli essere umani virtuosi, capaci di vivere una vita civile. Susi Andreatta riesce a rendere molto bene le debolezze umane di entrambi i sessi, avulsi da qualsiasi contesto, rispondenti solamente alla logica della Natura: l’aristotelico debole animale che è l’uomo, soltanto nella civile società raggiungerà il proprio equilibrio, se non la perfezione. Grazie, Susi, per la disponibilità.
La scheda di Antonella Chinaglia

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