Andrea Molesini, Non tutti i bastardi sono di Vienna, Palermo, Sellerio, Palermo, 2011, pp. 363, € 14,00
È realistico focalizzare l’attenzione su alcune delle numerose tematiche intrecciate da Andrea Molesini nel romanzo Non tutti i bastardi sono di Vienna: i motivi attinenti ad una fra tutte, la geografia spazio temporale, nonché antropologica, della Grande Guerra, sono espliciti nella narrazione, delineando il contesto storico. Quanto posto in calce al romanzo, infatti -«Il dramma è ispirato da
alcuni fatti realmente accaduti, narrati nel Diario dell’invasione di Maria Spada (Edizione privata, Vittorio Veneto 1999, pp. 35), tuttavia si tratta di opera d’immaginazione e ogni riferimento a persone vive o vissute deve essere considerata casuale. Storici, invece, sono i luoghi protagonisti della vicenda.» (Nota al testo, p. 363)- spinge a soppesare la scrittura dell’opera Non tutti i bastardi sono di Vienna anche in termini di produzione di un oggetto artistico, per dare vita al quale l’autore attinge alla propria esperienza individuale, in quanto essere pensante e creativo che riesce a costruire modelli di conoscenza e di riconoscimento attraverso l’uso dell’immaginazione e del pensiero narrativo. Lo scrittore/uomo del nordest, il veneto Andrea Molesini, è riuscito a raccontare in personali quadri d’immagine resi a parole quanto -da sé e da altri- percepito, vissuto, provato, ascoltato, descritto, e studiato, in modo tale da coinvolgere e rendere partecipe il Lettore alla narrazione della Storia, alludendo a situazioni, precisando e chiarendo segmenti degli accadimenti. Dimostrando una profonda ed articolata abilità rappresentativa (pure di immagini inconfondibili già proposte in cinema e letteratura), utile ad affiancare ed integrare la manualistica didattica, oltre che qualsiasi documentazione ed espressione della sensibilità collettiva riguardo ai conflitti.
Elementi di fantasia fanno rivivere esperienze probabilmente subite, comportamenti che riscontriamo possibili poiché umani, pertanto non mi sembra azzardato scrivere di Non tutti i bastardi sono di Vienna come di un buon esempio letterario di comunicazione inerente l’antropologica culturale: Molesini fornisce un’interpretazione della realtà di quel periodo –da «Venerdì 9 novembre 1917» (p. 9)- in quella zona –Villa Spada, occupata dagli austriaci è sede del comando nemico; il territorio attorno è percorso obbligato al fiume Piave per soldati scesi da Udine, Sacile, Pordenone- garantendo e sottolineando l’impossibilità di dimenticare, o soltanto di tralasciare i moventi, le conseguenze di azioni e scelte, premesse, vicissitudini e conclusioni di tensioni storiche, assicurando la continuità culturale di cui viene ad essere simbolo il giovane diciassettenne Paolo. Accolto dai nonni in Villa dopo il decesso dei genitori («I genitori, per me, erano degli estranei, o quasi. Mi avevano mandato in collegio», p.19) –in ciò si nota l’esperienza di Molesini scrittore per l’infanzia (ispirato a romanzi di formazione di fine Ottocento quali Sea Cook, or Treasure Island di Stevenson, ad es., o Captains Courageous di Kipling)- pur venendo salvato dalla trincea (sono appena partiti i ragazzi del ’99), avrà modo di combattere, avventurosamente, anch’egli la propria Grande Guerra. È suo, il punto di vista narrativo -«Ero un moscone prigioniero di un bicchiere rovesciato, mi rigiravo nel letto, sbattevo contro il vetro» (p. 23)- all’interno e all’esterno dell’edificio-microcosmo in cui gli abitanti si trovano prigionieri in casa propria: a Paolo saranno riservati punti di osservazione privilegiati tipo lo «lo sgabuzzino del nonno» (p. 55), dai quali scrutare i movimenti degli adulti. Il ragazzo, vera e propria carta assorbente per quanto lo circondi, osserva, ascolta, memorizza, tanto da essere in grado di introiettare e riportare ragionamenti “da grandi”, di quegli adulti dai quali è reso soggetto di una veloce iniziazione: «Mio nonno dice che si viene da un mondo fondato sull’illusione che la ragione comanda, e si va in uno senza l’ombra di un senso» (p. 219). Dalle delusioni, disillusioni e speranze dei componenti della famiglia, nonché del comando austriaco (diciotto tra attendenti ed ufficiali) con cui viene a contatto, è avviato alla conoscenza della vita e al tempo stesso alla pratica è ammesso dalle necessità contingenti della resistenza al nemico e della sopravvivenza agli stenti e ai pericoli dovuti al conflitto.
Principalmente due caratteristiche dell’oggetto artistico Non tutti i bastardi sono di Vienna, stile e linguaggio dei personaggi, in sintesi la filosofia della lingua sottesa al testo e la figura femminile, sostengono l’impalcatura narrativa rendendone solida ed insolita la struttura. È Zia Maria, colei che detiene le chiavi dell’andamento della villa, affiancata dalla cuoca Teresa, a condurre le prime trattative per una coesistenza obbligata con il nemico. Anche a tavola: «Alla destra del generale, vestita di nero, con grembiule e cresta di pizzo bianco, ritta e granitica, stava Teresa, mentre Loretta, a cui la cresta dava l’aria di una ranocchia con velleità di regina, teneva il fortino opposto, fra lo svedese e la zia» (p. 131). Dal Preludio sino alla Coda queste figure sono metafore di difesa, tradizione, caparbietà. Di Teresa che non ha paura di puntare il dito al naso del sergente nemico per difendere il proprio padrone (pp. 167-171), è figlia Loretta (per la quale sembrano tagliate addosso le parole della Nonna «Se comandassimo noi del sesso gentile le guerre si farebbero per interesse, o per gelosia», p. 54), poi vi è Nonna Nancy (« fedele all’idea di opporre all’invasore la sua cortese scortesia», p. 218), la sfrontata e bella Giulia intimorita dal tempo che passa (p. 246), il gruppo delle ragazze stuprate in chiesa, le anonime singole donne raggiunte e sopraffatte dalla vigliaccheria dei soldati nelle campagne, le altre donne che barattano il proprio corpo col cibo, e la patria («L’Italia è femmina, la Germania un maschio, e con le donne non si può mai dire.», p. 25; «Donne Italia brave di faccende», p.73): una femminilità, giocoforza vittima, consapevole della propria debolezza e al tempo stesso forte, dignitosa, sebbene oltraggiata, di cui è simbolo la villa occupata.
Nell’«uragano di fango e di morte» (p. 212) che è la guerra, contro le voci «sguaiate, un impasto di sillabe secche» (p. 10) del nemico, all’iniziale strategia di silenzioso disprezzo e cortese scortesia subentra l’essenzialità dello stratagemma per supportare il Servizio Informazioni, il codice ideato da Nonna Nancy («quegli scuri: non dicono quello che ti abbiamo fatto credere, ma quando e dove e come e chi passerà il fiume», p. 222), sua creazione, una propaggine segreta della sua identità personale tanto di maggior peso e significato quando sia emersa la capacità, da parte del nemico, di appropriarsi anche della lingua del territorio occupato: «un caporale (…). Aveva imparato, nei mesi dell’occupazione, la lingua dei contadini, e la parlava spedito, quasi senza accento; era del mestiere anche lui, mi raccontò della sua casa vicino a Salisburgo» (p. 320). La voce metallica del capitano austriaco, oppure quella del soldato alla ricerca di armi in villa storpiante la lingua italiana, da una parte, ed il familiare dialetto in cui si esprime la rocciosa e ferma Teresa e qualche volta la colta Nonna dall’altra, rappresentano due universi, due insiemi diversi fatti d’usi e costumi che la guerra porta limitatamente a sovrapporsi. È una zona grigia, quella che viene a formarsi, dettata dalla necessità umana di comunicare, di rendere partecipi altri del proprio esistere, in qualsiasi luogo e situazione, di (non)manifestare la propria (in)sensibilità, di diminuire le distanze e sollevarsi dal disagio dell’estraneità. Si tratta, forse, di una interpretazione filosofica delle numerose citazioni classiche seminate dal Prof. Molesini in Non tutti i bastardi sono di Vienna inerenti quel intellegere (nel senso di “capire”) che bascula tra il linguaggio dell’opera d’arte («Era un Cristo bizantino quello che mi fissava, mani inesperte dovevano averlo copiato da una fotografia di chissà quale icona famosa. C’era qualcosa di sbilenco nel suo volto, che gli negava l’aura divina.», p. 86), e quello con cui l’essere umano (tendente a confezionare più grammatiche del vivente) tenti di cogliere “quei che dipinge lì, non ha chi ‘l guidi”(Paradiso XVIII, v. 109), di intravvedere nel disordine (in questo caso, della Guerra), un modello cui tutto si motivi: «I tedeschi andavano incivilendo il loro aspetto mentre noi avevamo cominciato a imbarbarire il nostro, pensai, ma era una sciocchezza. Avevo solo bisogno di calmarmi e cercavo una qualche simmetria nel mutare del mondo.» (p. 88-89). Sì, per Paolo, il tempo dell’altalena è durato poco.
La scheda di Antonella Chinaglia

