Pietro Ingrao, Volevo la luna, Torino, Einaudi, 2006, pp. 379, € 18,50Che cos’è “luna” tanto desiderata da Pietro Ingrao? Non certo il mito irraggiungibile di chi sogna qualcosa -qualsiasi cosa- a lui negata, oppure il tentativo dello “stolto” di imprigionarla quando la vede riflessa nel pozzo. La luna di cui parla Ingrao è qualcosa di ben diverso e dobbiamo scorrere buona parte del libro per comprenderne il carattere, i confini e le sfumature.
Come è accaduto per la Rossanda (La ragazza del secolo scorso), siamo di fronte alla narrazione che, temporalmente, coinvolge buona parte della storia italiana, ma anche in questo caso vista attraverso un filtro dichiaratamente soggettivo:
«Queste memorie sono in qualche modo la ricostruzione di una vicenda personale e sociale nelle insanguinate vicende del mio tempo. Ma - anche per il memorialista - non è proprio certo che le cose siano andate così, e con tale “ordine” sotteso. L’accaduto forse diverrà più sicuro, quando saranno appurati nessi ed eventi che a tutt’oggi, almeno per chi scrive, risultano ambigui o ancora nel farsi, o ancora troppo personali e segreti. Quell’evento fu così, come sta aggrappato nella mia dolce, dolorosa memoria? O si è consumata la chiave, ammesso che ci sia in campo una chiave, sia pure per una raccolta di frammenti? Essendo incerta la lingua, come si dà e si legittima la memoria? E perché temiamo tanto che la memoria si perda? È la vanità di stare ancora e per sempre sulla scena o un tentativo di salvezza? O forse è la memoria di una soggezione ad altri, tale che non può reggere il silenzio».
Come è possibile giudicare il contenuto di questo libro se volessimo evitare di esprimere un giudizio politico sulle scelte compiute dall’autore, sulle vicende che lo videro protagonista e, dunque, sulla vita dell’uomo Pietro Ingrao? Le biografie, però, sono sempre assai difficili da giudicare. Si potrebbe ricorrere alla “lente” dello storico, ben sapendo che la visione soggettiva difficilmente coincide con lo svolgimento complessivo dei fatti. Oppure taluni adottano gli strumenti propri della “lente del critico letterario” ed in questo caso, spesso, si lasciano sfuggire il senso del narrato, ossia quel se stesso che si estranea dal continuum narrativo giacché diviene preminente in ogni pagina pur non essendo il reale protagonista dei fatti descritti. Altri, poi, affondano le radici della loro analisi nella politica, molto spesso contingente, domandandosi prima di ogni altra considerazione “a che pro?”, e finendo per utilizzare il metro -mai banale- del “guadagno”.
Affrontando questo libro di Ingrao, ogni aspetto va tenuto in debito conto. Dobbiamo tenere ben presente che i suoi giudizi sono il frutto di una visione storica parziale, per quanto privilegiata, ma sempre soggettiva ed emotiva. Certo, Ingrao è un abile affabulatore che ben conosce l’arte della scrittura e sa raccontare. Allo stesso tempo, proprio per il suo “ruolo”, ormai storico, nella sinistra italiana le sue parole hanno un peso -anche se spesso difficile da valutare- in quello che è il dibattito politico contemporaneo. In particolare, sul superamento o meno dell’ideologia comunista in ragione di una morale ben più mediata da una valutazione più pragmatica. In altre parole, da sinistra, questo libro dell’ideologo dell’euro-comunismo -di cui oggigiorno si è perso traccia- è stato criticato per i suoi contenuti moderati ed edulcorati. Alt! Qui il recensore non può che fermarsi per non addentrarsi in un terreno minato, ossia la valutazione di questo testo in ragione delle proprie opinioni e scelte.
Se Volevo la luna fosse un romanzo? Allora la trama ci potrebbe anche coinvolgere. E il protagonista? Che cosa diremmo del protagonista? Quanto meno che alla fine della narrazione è difficile comprendere esattamente che cosa era quella “luna” che il nostro eroe bramava. Forse la rappresentazione irraggiungibile del suo ego, racchiusa nel suo dichiarato compiacimento per l’applauso? Potrebbe anche essere il luogo -del tutto ariostesco- in cui è fuggito il suo senno a far compagnia a quello di Orlando, per la sua incapacità di portare le scelte sino in fondo.
In realtà, la “luna” di Ingrao è un mondo complesso e perfetto, pertanto irraggiungibile. La “luna”, dunque, non è che la rivoluzione, il comunismo ossia una società migliore, perché equa. In altre parole, a suo dire, un pianeta irraggiungibile.
Alla fine un solo dubbio: e se questo libro non fosse che un modo -imperfetto- di chiedere scusa a quanti hanno scontato le sue indecisioni politiche?

