Jonathan Swift, I viaggi di Gulliver, Torino, Giulio Einaudi, 1989, pp. 362, € 13,43; traduzione di Lidia Storoni Mazzolani
La nota del traduttore Lidia Storoni Mazzolani riporta: “Voltaire, che fu il primo ad esaltare Swift in Europa, scrisse che per comprendere il decano bisognava fare un viaggio nel suo paese: il paese all’avanguardia. Noi, invece, questo viaggio dovremmo farlo nel suo secolo” Il gioco comunicativo stabilitosi con il lettore raggiunge alti livelli quando al capitano della nave che -avendolo raccolto in mare, liberato dalla scatola e ascoltato- gli suggerisce di pubblicare il racconto del viaggio nel Paese dei Giganti, Gulliver risponde: “gli scrittori tengono presente la loro vanità personale, o l’interesse, o il diletto degli ignoranti, assai più della pura verità; che cosa avrebbe trovato il pubblico invece nella mia storia?” Come se il libro stesso divenisse un ulteriore mondo a cui approdare. Da visitare, verificare, guardare con i propri occhi, ritrovando e scoprendo
Depliants per turisti, consigli e proposte di viaggio sulle riviste, descrizioni riportate, fotografie e filmati amatoriali inducono a pensare al raggiungimento della meta in termini di mi piacerebbe/non mi piacerebbe andarvi. Divertente e traumatico è scoprire di persona quanto in loco vi sia di sostanzialmente differente da quanto immaginato o superficialmente illustrato. Puntate in tv, films, lungometraggi, rivisitazioni teatrali e libri illustrati per l’infanzia hanno riveduto e corretto il testo I viaggi di Gulliver di Jonathan Swift.
Sintetizzandolo e stampandolo nel nostro immaginario come il resoconto di un marinaio inglese approdato dopo una burrasca al paese di Lilliput tanto da rendere comune l’utilizzo dell’aggettivo lillipuziano nel connotare cose e persone di dimensione e statura ridotte rispetto al normale. E così, via via, nelle varie interpretazioni che tuttavia si arrogano il titolo originale “Gulliver’s Travels” moltissimo si perde. Ad esempio che Lemuel Gulliver è medico chirurgo; sarà comandante dell’Avventura, un vascello mercantile di 350 tonnellate poiché da ragazzo si adoperò “per acquistare nozioni nell’arte del navigare e altri rami delle matematiche, che più sono necessarie a chi divisa di viaggiare, poiché ho sempre pensato che tale sarebbe stata un giorno o l’altro la mia sorte.” e “per studiar medicina, il che, confidando, avrebbe potuto essermi utile nelle lunghe navigazioni.” Inoltre che i viaggi sono quattro, poliedrici punti di vista rovesciati allo specchio della caricatura. Oppure si perde di vista -ed è una ulteriore interpretazione che sottrae- che quei brani, sicuramente reputati di difficile comprensione per un pubblico non adulto, andrebbero spiegati -non certo tagliati- poiché educativi per i futuri adulti, prima o poi, volenti o nolenti, inseriti in un contesto storico/sociale/politico/economico.
E’ assodato quanto ogni tipo di narrativa rifletta la società di cui è prodotto sfruttando lo strumento del racconto al fine di riflettere filosoficamente, elucubrare, criticare ironicamente, commentare satiricamente riguardo a quel presente che è l’epoca in cui vive l’autore. Pertanto l’Europa dell’autore Swift, irlandese, seppur figlio di genitori inglesi, (1667-1745) è ritratta negli specchi deformanti dei viaggi riflettendo punti critici e potenzialità. Sicuramente le idee dell’Illuminismo influenzarono l’autore ormai anziano, il sacerdote provocato, il politico forse umiliato, l’uomo sensibile represso -ciò raccontano fosse Swift- comprimendo nello scherno di Gulliver sia l’Inghilterra puritana sia l’Inghilterra illuminata.
Ricordiamo tutti la suggestiva descrizione di Gulliver riguardo le visite di cortesia: “sollevavo con attenzione la carrozza e i due cavalli e li posavo sul tavolino intorno al quale avevo costruito una ringhiera mobile (…) sul tavolo quattro carrozze alla volta piene di gente, ed io, seduto sulla mia sedia, chinavo il viso verso di loro.” E’ spettacolare al pari di altre trovate creative che ci regala Swift, tuttavia, mi sembra che nelle traduzioni rivedute e corrette molti temi forti siano mantenuti al margine. Ridimensionato è il tema della politica e della guerra. Fu Pavese a proporre nel 1944 la traduzione del testo “Gulliver’s Travels” a Lidia Moroni Mazzolani la quale -impegnata nella ricerca di termini semplici ed asciutti atti a tradurre l’inglese altrettanto asciutto di Swift- mentre il secondo conflitto mondiale imperversava, chissà quante volte si chiese se quanto abilmente deformato dall’autore fornisse risposte alla situazione penosa del periodo. Probabilmente non è un caso che Cesare Pavese convinto che la guerra imbarbarisca poiché obbliga ad indurirsi, allontanando rimpianti e valori e che scrisse (ne “La casa sulla collina”) dell’intellettuale drammaticamente isolato e solo incapace di partecipare attivamente alla guerra stessa, abbia proposto proprio questa traduzione in quel periodo. La giovanissima Casa Einaudi a Torino era stata «sorely hitten» (dolorosamente colpita) ci ricorda la traduttrice, con le parole di Pavese, nel risvolto di copertina.
“Sentii più di cento frecce sulla mano sinistra, che bucavano come aghi. Inoltre ne mandarono una scarica in aria, come facciamo noi con le bombe in Europa;” (nel primo viaggio, a Lilliput, Gulliver è l’Uomo Montagna per piccoli uomini alti meno di quindici centimetri, decisi, precisi e meticolosi); “due flagelli tormentano il paese: una fazione possente all’interno e il pericolo dell’invasione da parte di un nemico formidabile.” (all’interno il contrasto tra le opposte fazioni dei tacchi alti e dei tacchi bassi; dall’esterno il pericolo degli esuli puntalarghisti che minacciano i puntastrettisti per la dura lotta relativa a quale fosse l’opportuna estremità da cui dovesse essere rotto un uovo). Le motivazioni delle guerre se “durante le varie fasi della lotta, ben undicimila persone hanno incontrato la morte piuttosto che sottomettersi e rompere le uova dalla punta stretta.” appaiono tragicamente buffe e quanto mai ridicole viste dal lettore, tuttavia sono neutralmente annotate dal protagonista che pur aiutando con uno stratagemma il Re di Lilliput dichiara “tanto smodata è la sete di dominio nei regnatori!” in quanto il Re intendeva ridurre l’impero nemico “in una sua provincia e governarla per mezzo di un viceré, uccidere gli esuli e costringere quel popolo a rompere le uova dalla punta stretta, e così rimanere padrone dell’universo intero.” Vi sono trame di palazzo, tradimenti, compromessi, cortigianeria. Un concentrato di problematiche d’ogni tempo e d’ogni luogo: la derisione per la meschinità delle lotte politiche e religiose non colpisce soltanto il regno di Giorgio I.
Al Re di Brobdingnag (secondo viaggio; Paese dei giganti) a cui racconta dell’Inghilterra durante ore di udienza l’autore lascia la parola per l’amara critica: “hai fatto un panegirico ben straordinario del tuo paese;hai dimostrato chiaramente che l’ignoranza, la pigrizia e il vizio sono gli attributi più indicati per un uomo politico; che le leggi sono spiegate, interpretate e applicate proprio da quelli più abili e interessati a corromperle, confonderle ed eluderle. Da quel che hai detto, non mi pare che so richieda nessuna dote tra voi per raggiungere qualche grado, né che gli uomini sieno fatti nobili per le loro virtù, i preti promossi per la dottrina e la pietà, i soldati per la disciplina e il valore, i giudici per l’integrità, i senatori per l’amor patrio, i consiglieri per la saggezza. (…) dalle risposte che con gran pena ti ho strappato, non posso fare a meno di concludere che la maggior parte dei tuoi compatrioti siano la più malefica razza di insettucci esecrandi che la natura abbia mai fatto strisciare su la superficie della terra.” La descrizione dell’utilizzo della polvere da sparo dentro a grosse palle di ferro vuote scagliate dal cannone sul nemico con la quale Gulliver desiderava dimostrare il progresso raggiunto dai popoli europei ottiene l’effetto contrario, poiché quel Re dalla mentalità ristretta (quanto gigantesco il corpo -ma ricordiamolo- è tutto da leggersi allo specchio della satira: l’intento moralistico di Swift è costante nel ridicolizzare) “non poteva capacitarsi come un esserino debole e strisciante come me potesse esporre concetti tanto inumani con tanta disinvoltura, completamente indifferente alle scene di sangue e di desolazione che avevo descritte come effetti comuni di queste macchine nefaste. L’inventore, -aggiunse- sarà stato qualche genio del male, nemico del genere umano.” Soprattutto nel terzo viaggio la narrazione allegorica di Swift esplode in tutta la sua grandezza. Grazie al peso dell’ironia, la visita all’accademia -situata nella capitale Lagado di Balnibarbi, paese sottoposto all’Isola Laputa, cioè l’isola volante- che ospita gli inventori nel campo del conoscere manifesta una perfezione fantastica, solida, credibile, forte di una propria logica. Sono pagine rivolte ai cultori della parola e del pensiero politico, costituenti il fulcro dell’intero romanzo: costantemente tralasciate. Da Lagado all’Isoletta di Glubbdubdrib, cioè dei maghi, dove il governatore, avendo il potere di evocare gli spiriti dei morti, offre a Gulliver l’opportunità di fare domande ai grandi della Storia: Alessandro Magno, Annibale, Cesare, Bruto, Omero, Aristotele, e altri. E’ paragonabile ad una eruzione vulcanica il raccontare di Gulliver/Swift alle prese con la relatività e la soggettività della conoscenza che illuminarono il Settecento!
De “Gulliver’s Travels” si è scritto inquadrandone il viaggio narrativo nell’ambito della fantascienza: in effetti le categorie riguardanti l’alterità sono presenti. Gli spostamenti di Lemuel Gulliver in altra epoca, in altro mondo, lo portano a convivere con altre forme di vita e a tentare di conciliarsi con altri stati mentali, ma non si tratta di predizioni sul futuro, né di ricerche paradossali sul passato. E’ sfida, provocazione, è vera e spietata arte del giudicare (kritiké tékhn?). L’analisi è razionale, l’annotazione dei diversi usi e costumi è quasi metodologica. La meraviglia è, infatti, per le molteplici prospettive nell’approccio al mondo in sé. Le qualità generiche, quali il minuscolo, il gigantesco, lo squilibrato ed il naturale possono variare, ma ciò che rimane fisso è il tema dell’approccio dell’estraneo al mondo in cui entra e/o l’accoglienza che il mondo con le proprie regole concede al nuovo venuto. In relazione al nostro attuale e contemporaneo si potrebbe parlare di parallelismo con i problemi delle minoranze, dell’ emigrazione, della coesistenza pacifica. E cosa risulta più importante del linguaggio tramite cui tali alterità comunicano?
Altro tema, infatti, che non deve andare perduto è quello della comunicazione. Se a Lilliput “fu decretato che sei studiosi, tra i più dotti del collegio imperiale, mi insegnassero la lingua"; se a Brobdingnag è ospitato dal gigante fittavolo la cui figlia di nove anni “mi faceva da maestra, insegnandomi la lingua del paese”, scopre che “le leggi sono tutte in termini chiarissimi e semplicissimi” e che “i libri evitano con somma cura di moltiplicare parole superflue o di variare le espressioni”.
Nel terzo viaggio, quello all’Isola Laputa, sospesa in aria, il primo approccio è “in linguaggio chiaro, garbato e soave, che somigliava all’italiano”, ma gli abitanti hanno le menti così assorte in speculazioni “che non sono in grado né di parlare né di badare a ciò che si dice loro, se non vengono destati alla favella e all’udito da un appello esteriore” cioè un sacchetto di fagioli secchi e sassolini sbattuto delicatamente contro bocca del mittente e orecchio del destinatario da parte del servitore battitore. Un battitore, penna, calamaio, pochi libri e quattro ore fanno comprendere a Gulliver che quel mondo si basa sulla scienza matematica e sulla musica, e che il potere del Re dell’isola era di minacciare con il movimento guidato dell’isola stessa –tramite un magnete- la sopravvivenza dei paesi sottoposti.
Le riflessioni malinconiche riguardo la decadenza morale del genere umano nel suo secolo sembrano manifestarsi nella consapevolezza di aver necessità di un interprete: alla corte del regno di Luggnagg l’apparato fonatorio oltre ad essere lo strumento ed il simbolo dell’ipocrisia di palazzo era pure l’ultima distrazione per i pochi struldbrung, gli immortali: “dimenticavano i nomi delle cose e delle persone, tanto che se cominciavano una frase non arrivavano a finirla. Quelli di un’epoca non capivano quelli di un’altra e dopo duecento anni non erano più in grado di scambiare due parole con i mortali, salvo poche espressioni generali, e così erano sempre come stranieri in patria.” E’ forse il terrore per questa ipotesi di incomunicabilità con il mondo che spinge il nostro autore a dibattersi tra la chiusura mentale dei suoi contemporanei e l’apertura illuminista?
Se vogliamo, il quarto viaggio è l’epilogo: nel paese degli Houyhnhnm, cavalli saggi e razionali e degli Yahoo, uomini-animali primitivi e viziosi, l’autore ha modo di disconoscere l’appartenenza a quel genere umano che tanto lo umilia, manifestando l’apparenza ragionevole nelle azioni e comunicando. Gulliver si mette ad imparare bene la lingua scrivendo le parole simili a nitriti secondo la sua ortografia con la traduzione accanto: “una volta, mi misi a scrivere davanti al padrone, e fargli capire che cosa stessi facendo non fu un’impresa facile, perché quegli essere non hanno la più lontana idea di libri e di letteratura.” Niente libri, ma “nella loro lingua non esiste termine che esprima la menzogna o falsità”, “non esistono termini per esprimere il male, e quei pochi li derivano dalle deformità e dai caratteri degli yahoo” eppure nell’assemblea degli houyhnhnm inclini naturalmente verso ogni virtù la cui “massima fondamentale è coltivare la ragione e farsene guidare in tutto” si pone in discussione l’argomento “Se convenisse o meno sterminare gli yahoo dalla faccia della terra”. A Gulliver non resta che ritornare a casa dopo 16 anni e 7 mesi di viaggio la cui storia fedele è racchiusa in un libro.
Una vita, un viaggio, un libro. Swift spera di potersi “dichiarare in tutta giustizia un autore incensurabile, e che la genia dei polemizzatori, critici, osservatori, annotatori, scopritori, non saprà trovar materia per esercitare contro di me il suo talento.” In fin dei conti “un viaggiatore non dovrebbe proporsi altro fine che di render gli uomini migliori e più saggi, e di elevarne l’animo con gli esempi, buoni e cattivi, tolti dall’esperienza di paesi forestieri.” Ridente e sornione, pertanto, anche accomiatandosi dai lettori.
Jonathan Swift deluso, eppur compiaciuto di saperla lunga, si estrania dall’umanità rinnegandone le negatività, osservandole dall’esterno, isolandole e isolandosi. Dalle contraddizioni del mondo dopo averle vissute si distacca con ironia, diventando un osservatore critico, a volte impassibile, ostentante una obiettività impossibile. Da qui il risvolto a dir poco comico, se non altro utile a capire come ottimismo e pessimismo nei confronti della scienza e del progresso siano categorie semplicistiche “Indubbiamente i filosofi hanno ragione, quando ci dicono che nulla è grande o piccolo in sé, ma solo comparativamente. Forse il caso farà trovare ai Lillipuziani qualche contrada abitata da esseri tanto minuscoli rispetto a loro, quanto lo erano essi rispetto a me;e chi sa che anche questa colossale razza di mortali non possa essere superata a sua volta, in qualche remota parte del globo non ancora scoperta?”Un viaggiatore dall’ottica dantesca, donchisciottesca o startrekkiana?
La scheda di Antonella Chinaglia

