Donatello Bellomo, L’uomo del cargo, Milano, Mursia, 2005, pp. 237, € 18.00Quando il desiderato approdo è all’Ist -“Insula Sine Tempore” o” Isla Sin Tempo”- il ricordo corre ai sogni adolescenziali infranti. Alla Teodor Jòsef Konrad, alias Joseph Conrad, di Gioventù, Lord Jim e La linea d’ombra per intenderci. Le chiacchiere da turisti sul cargo, infatti, nascondono una rinnovata avventura di giovinezza ancora una volta spezzata. Ricalcando le orme di quanto scritto da Cesare Pavese nel 1947 ad introduzione di The Shadow Line, noto che i personaggi ed il disegno omicida sono mitigati da angoscianti allusioni e testimonianze (Fersan e Amelie). Attrae la citazione alla Parigi di Maigret de La chiusa di G. Simenon.
Andare in barca a vela; leggeri, sul mare, dentro al cielo, senza quando, senza dove, per il piacere di navigare. Da soli. “La solitudine è un’arte, come la noia. Chi non le pratica non può navigare.” A parlare è il Comandante Fersan del cargo che pare confessarsi al giornalista-velista a cui ha salvato la vita. Sembrano somigliarsi i due, solitari, soprattutto per l’idea di “oceano come unica dimensione”, “un luogo senza odore. Nessuna puzza…nessun odore umano. Perché l’avvertirà, quando la sua barca sarà prossima alla terra.”, “un paesaggio che ci fagocita insieme alla cognizione del tempo”.
Tuttavia l’alter ego ufficiale dell’autore/protagonista è il Capitano Destouches, ancien officier della Compagnie Générale Transatlantique che gli intima di “mollare la fabbrica delle bugie” per fare un salto da lui, e pare redarguirlo per il suo essere “pennivendolo” in fondo al quale confida si annidi “ancora uno straccio di marinaio”, pur spronandolo a sfoderare il fiuto del giornalista quando occorrano maggiori indizi. Se navigate possono essere definite le pagine di confidenze del Capitano Fersan -da rileggersi in chiave introspettiva di confessione/discolpa da parte di un uomo dal passato di miliziano in Bosnia- altrettanto smaliziata è la confessione d’intenti del Capitano Destouches, ottantenne, deciso a cambiare barca, regalando il proprio bel Cygnus, senza voler sapere “quanto durerà il disco”, risoluto ad inabissarsi“a poppa con un buon brandy e una sigaretta, finché la barca va giù e il mondo va a prenderselo dove dico io” nel caso capisse che il suo “orizzonte potrebbe essere quello dei sopravvissuti con il pannolone”. Le convinzioni di entrambi sulle donne trovano riscontro nella confessione/testimonianza di Amelie, -uno dei “quattro navigatori per caso” imbarcati sul cargo, che smuove qualcosa radicato nel tempo di vita altrui- e nella perspicacia della domestica Isabelle che con l’aspirapolvere in mano risolve l’anagramma che fa ammattire Destouches.
Tra un caffè bevuto in pozzetto, due linee tracciate con il regolo sulla carta nautica, un oceano “blu elettrico e verde kiwi”, “l’ennesima Boyard” da fumare o “una Papier Mais”, ristoranti gestiti da ex cuochi di transatlantici, bevute di calvados, linoleum d’un cargo lavato con acqua e candeggina dai marinai, “la fessurazione sulla losca” chiusa magistralmente con vetroresina e microsfere dal giornalista, “sartie che sbattono, cime che puntano, miagolando al beccheggio”, la narrazione di Bellomo offre la tracciatura di un mondo affascinante. Sarebbe preferibile -è consiglio disinteressato sia ai responsabili della casa editrice Mursia che all’autore- predisporre note a piè pagina per frasi quali “inferiti e issati la randa e il genoa” o “cazzai la scotta del genoa, ripresi il trasto”, per incentivare i meno esperti di nautica a continuare la lettura senza saltare paragrafi che potrebbero essere utilizzati dallo scrittore al fine di ampliare il bagaglio culturale del lettore. Personalmente ritengo che, nel nostro caso, l’uso del gergo nautico non intenda creare né distinzioni, né mancata comunicazione, bensì voglia, incuriosendo, avvicinare il largo pubblico ad uno stile, se non ad una vera e propria filosofia di vita.
La trama de L’uomo del cargo è un impasto di istinto e razionalità, umanità e pazzia, coraggio di mettersi in gioco per rimediare o riconquistarsi e desiderio di vendetta: un fondo marino ad andamento tormentato di un oceano con masse d’acqua dal movimento indipendente. Correnti fredde e calde, a circolazione rotatoria in superficie, oppure correnti di risalita che portano le acque più profonde a riscaldarsi ai raggi del sole. Segreti rimpianti e rimorsi velati: quelle acque, pesanti, fredde, profonde sono nel mare quelle più ricche di nutrienti; il vento costante verso il mare aperto spinge al largo lo strato superficiale e l’acqua più profonda sottocosta risale il pendio del fondale. Salite e discese. Dopo il molto che ha dato la vita ritrovarsi a comandare un vecchio cargo impone a Fersan una domanda: “Anche il mare può essere in discesa, no?”
Una curiosità. A pag. 147 l’autore, alle prese con l’enigma, cita un episodio del Commissario Maigret, La chiusa “in cui Gino Cervi passeggiava sul Lungosenna”; ebbene, devo dire che le pagine de L’uomo del cargo, proprio per l’ambientazione, oltre che per il ruolo svolto dai protagonisti un po’ investigatori un po’ confessori, mi hanno spinto a rileggere Maigret e il porto delle nebbie (Georges Simenon, Le port des brumes, traduzione di Rosalba Buccianti, Mondatori, 1989, pp. 193), storia rielaborata e adattata per la pellicola (VideoRai-FonitcetraVideo, 146’, regia di Mario Landi), rigustata con piacere.
Analogamente alla coppia investigativa Destouces-Bellomo, l’ispettore Maigret e il Capitano Ducrau, travalicano i ragionamenti polizieschi approfondendo le deduzioni riguardo la psicologia dei personaggi.
Simenon scrive “Ernest Grandmaison era morto. Era veramente necessario rivelare a tutti che era un assassino?Non so proprio! Dire che si è trattato di una vecchia vendetta?” Se si sostituisse al nome quello di Fersan, la medesima frase calzerebbe perfettamente come finale del romanzo di Bellomo.
“Che non se ne parli più, amico mio” chiude, rispondendo, Destouces.

