Andrea Vitali, la Figlia del Podestà, Milano, Garzanti, 2005, pp. 350, € 15,00Permette una capatina nella comicità, il testo vincitore del Premio Bancarella 2006.
Non vi è pagina viscosa ne la Figlia del Podestà. L’intero testo rivela la tecnica di costruzione narrativa a sezioni, ognuna delle quali è un mattone -leggero, in tutti i sensi, ma indispensabile- che si incastra perfettamente con gli altri, senza risentire del carico dell’intreccio delle vicende.
Tali mattoncini narrativi, per gran parte dal carattere ironico e teatralmente comici, sono essenziali. Quasi pirandelliani per un verso. Quasi debitori a Joyce e Dickens, dall’altro.
Posati con maestria l’uno dopo l’altro da Vitali non rendono imperdonabile l’assenza di pagine ricche di volute descrittive, nemmeno da parte del lettore affezionato al romanzo tradizionale. Refrattari alla noia, questi mattoncini.
D’altro canto, il lettore meno abituato alla comicità (de)scritta non riuscirà ad opporre resistenza e si lascerà andare all’immaginazione per visualizzare i contesti di scene e situazioni rese da una estrema concisione. E non si può negare che sia proprio la stringatezza descrittiva ad incollare gli occhi del lettore alla pagina. La brevissima sezione X del capitolo 102 costituita semplicemente da due righe, è incastonata al centro di passaggi d’inquadratura su due personaggi Ofelio Mencioni (l’amico del pilota) e Claudio Mazzagrossa (il pilota), i quali, sostituendosi l’uno all’altro, si appropriano del palcoscenico offerto da un centinaio di pagine e danno vita ad un canovaccio da commedia dell’arte. Veramente ad arte -mi si consenta di stare al gioco dell’autore, così come lo si chiede al lettore- Andrea Vitali si appoggia ad un espediente che rende incalzante il raccontare: il concetto finale di una sezione narrativa, seppur minima, viene riproposto, rivisitato, in apertura di quella successiva. Un giocoso sovrapporsi e rincorrersi di significante e significato che, pur ricordando il coblas capfinidas di poetica duecentesca memoria, è denudato di qualsiasi liricità e si riversa nella prosa quale stratagemma per rendere la simultaneità degli eventi e la similarità delle situazioni. La ripetizione dei termini, in questa godibilissima zona centrale della narrazione, sottolinea analogie e differenze conseguenti gli equivoci dovuti allo scambio di persona.
Non è il caso di riportare la trama, né di sintetizzare l’episodio dell’idrovolante in quanto vanificherebbe la fatica dell’autore, pertanto soltanto a titolo esemplificativo riporto frasi finali ed iniziali di singole sezioni in successione dell’episodio in questione che offrono un assaggio.
“Ofelio Mencioni aveva fatto sì con la testa: cos’altro poteva fare?”/”Non c’era niente da fare. «Niente» ribadì, con voce aspra”;
“Quando lo vide la madre!”/”Ofelio rivolse un pensiero alla sua, di madre”;
“«Dai bello, dai bello» gridò come un forsennato”/”C’era voluto del bello e del buono per convincere”;
“si era afflosciata ritornando in sé dopo un paio di minuti”/”In un paio di minuti il Mencioni raggiunse la quota”;
“tutto procedeva nel migliore dei modi”/ “Dal modo in cui il dottore le aveva chiesto”;
“Allora sì, contro l’azzurro del cielo, che tutti lo avrebbero visto”/”Che fosse successo qualcosa lo si vedeva”;
“Meglio solo”/”Meglio, molto meglio così”; “Era lì, pochi secondi prima”/”Era qui, aveva detto”;
“Spiegherai a lui quello che è successo”/”Com’era potuto succedere?……..etc.
E altro non riporto, proprio perché da leggersi.
Semmai sogghignando, affiancandosi alla voce narrante onniscente che si mantiene seriamente detentrice sia della verità storica dei fatti pubblici del paese, sia della finzione ironica e sarcasticamente deformante della rappresentazione dei fatti personali raccontati.
L’ironia, infatti, si traveste, bonariamente, di irrisione, se non di superiore distacco, nei passi in cui la narrazione sfora nel didattico nell’intento di contestualizzare gli accadimenti -“La battaglia per la «quota 90» intanto, cioè una sterlina per 90 lire, aveva preso piede e dava risultati. Alla fine di giugno del 1927, la sterlina era addirittura scesa ad 88 lire e il Vescovi”.
Insostituibili, tali inserti di realismo storico, nel romanzare di Vitali -dato che la comicità è insita nella serietà- che rafforzano la comune fraseologia dei personaggi. Tuttavia, la forza del suo scrivere consiste nel soggetto sottinteso di una frase semplice, in cui voce verbale e complemento oggetto riescono a dire già tutto. Molto è sottinteso. In alcuni casi basta il verbo in compagnia dell’avverbio. Ed il lettore diviene complice perfetto dell’autore, immedesimandosi e immaginando. In aggiunta ai degni compari dell’ironia cognitiva della narrazione. Vale a dire i protagonisti delle scenette ambientate a Bellano, sul lago di Como, ovvero gli inconsapevoli personaggi principali delle dinamiche di esclusione e di collaborazione sollevate dall’ironia stessa dell’autore nell’abbozzare una ulteriore puntata della saga del paese.
E’ proprio il caso di dire che gli atteggiamenti si riversano nel linguaggio.
Può esserne esempio la sequenza di aggettivi riferiti all’indumento di biancheria femminile -la prima volta e unica esperienza di Agostino Meccia, il podestà, in una casa di tolleranza-, oppure quanto non viene espresso, malgrado facilmente ricavabile dal contesto, nel momento in cui l a zia Rosina escogita la scusa in modo che i due giovani possano frequentarsi, o, per finire, la serie di comiche implicazioni riguardanti la frase “con le sue mani metteva il paese in contatto col mondo” che presenta la centralinista Dulù ed introduce la di lei esperienza teatrale -se così è definibile- con il maestro Mirabile.
Ciò non deve far pensare che il romanzo sia stilisticamente povero. Anzi, lo stile sfacciatamente proporzionato ai profili dei personaggi che l’autore intende dipingere è atto a ridicolizzare storie private e competizioni tra amministrazioni locali.
Sostanzialmente, il narrato de la Figlia del Podestà pare avere le caratteristiche di una sceneggiatura all’americana scritta a quattro mani da autore e lettore in cui le inquadrature (de)scritte ricalcano quelle tecniche letterarie che negli anni Cinquanta in Europa come negli Stati Uniti vennero assorbite dalla scrittura giornalistica. Non mi sembra incauto dire che il gioco narrativo di Andrea Vitali tra realtà e finzione ricalchi -perlomeno vi aderisca- gli stilemi del new journalism. L’esclusivo punto di vista personale di personaggi e testimoni (non a caso l’incipit del romanzo è il seguente: “Mercede Vitali, dell’omonima merceria sita a Bellano in via Balbiani numero 27” proseguendo con l’elenco di informazioni tali da ricordare i trafiletti di cronaca tipici delle pagine locali di un quotidiano di provincia); l’onnipresente dialogo, sia in forma diretta che indiretta, che coinvolge il lettore, tratteggia la psicologia dei personaggi e rivela; il realismo descrittivo di tempi, luoghi e situazioni che registra rendendo credibilità; e la costruzione scena dopo scena che sembra voler togliere di torno quella voce narrante percepita quasi superflua.
Ritorna, ancor più illuminante la metafora iniziale, quella dei mattoncini, rivelatrice dell’architettura linguistico-tematica che sorregge l’intera costruzione di immagini/eventi: l’ambiguità, resa umoristicamente, di persone e cose.
Uno scrivere, quello di Vitali, dal tono beffardo, a tratti caustico, in cui la costruzione veridica è interamente venata di finzione ironica. Uno scrivere che molto può essere, ma non cloroformio per l’immaginazione del lettore.
Tutto quanto per non imbalsamare la storia raccontata, ma regalarla vivace, curiosa, degna dell’interesse del lettore come se fosse una notizia.
Poiché, non dimentichiamolo, tutto fa notizia. Soprattutto in un paesino tranquillo. Anche la richiesta, in merceria, di un metro di nastro canetè.
Da leggere piacevolmente in un pomeriggio invernale.

