Mario Rigoni Stern, I racconti di guerra, Torino, Einaudi, 2006, pp. 621, € 15,80; introduzione di Folco PortinariChe cosa si può scrivere a proposito di Mario Rigoni Stern che non sia già stato scritto? Su di lui hanno riempito pagine in molti e tanti di più hanno preso in esame i suoi testi, dai critici letterari agli storici. Tanto più che quest'opera pubblicata da Einaudi non contiene alcunché di nuovo, se non l'introduzione di Folco Portinari. Tuttavia, è la prima volta che in un unico libro vengono raccolti tutti i racconti che Rigoni Stern ha dedicato alla guerra, sia quelli originati da spunti esterni alla sua esperienza, ad esempio quelli riguardanti la prima guerra mondiale, sia quelli vissuti in prima persona, come l'Albania, il fronte russo, la prigionia nei lager tedeschi, etc. Un libro, in altre parole, che è un insieme di narrativa e testimonianza, così come è sempre stata l'opera di questo montanaro asiaghese, un “uomo dell’Altopiano”, sin da Il sergente nella neve (1953), e Il bosco degli urogalli (1962). Uno scrittore non di vocazione, come lo definì Elio Vittorini poco prima di pubblicarne il primo romanzo, che non ha mai rinunciato a “Dare voce a chi non poteva più parlare” -titolo dell'introduzione di Portinari- anche quando nel 1978 vinse il Premio Campiello con la Storia di Tönle.
In questo volume, Rigoni Stern, ha riordinato i racconti -scritti in tempi diversi, ma tutti debitamente datati- dandovi una struttura cronologica in ragione del soggetto trattato, dividendoli in quattro parti: Prima guerra mondiale, Seconda guerra mondiale, La prigionia e La resistenza. Il lettore è così accompagnato attraverso circa trent'anni di storia, dal primo colpo di cannone del Forte Verena nel 1915 al ritorno a casa nel 1945-'46. I protagonisti sono sempre gli altri, gli amici ed i compagni, sia quelli morti, sia quelli sopravvissuti che per ragioni loro ed insondabili hanno scelto il silenzio. Volendo citare qualcuno -intendo proprio “qualcuno” e non qualche episodio- ci si accorge che tutto il libro, ogni racconto, avrebbe almeno un “personaggio” che meriterebbe una menzione. Quella di Rigoni Stern è una storia di uomini e fra tutte, quindi, vorrei ricordare solamente l'ultima, perché cita personaggi decisamente noti e solo apparentemente diversi. Con Primo e Nuto dopo sessant'anni è particolarmente toccante. Il riferimento a Primo Levi ed in particolare alle parole tratte da La tregua (1963), dove sembra riemergere la voglia di vivere dopo Auschwitz, fa meditare. In realtà Levi non riuscì mai ad uscire dall'incubo del lager, mentre Rigoni Stern ha trovato nelle sue montagne, ben diverse dalla fredda grande città che era Torino, quella forza e quel calore umano necessario per continuare a vivere e raccontare. Con Nuto Revelli condivide l'amarezza per i compagni caduti lungo il percorso, dalla guerra in Russia alla resistenza, e la fatica provata nel riprendere un cammino, quello verso casa, che tante volte era stato sognato, ma sempre immaginato -anche se non viene detto come- molto diverso dalla realtà. La tristezza nel ripensare i compagni morti sognando una libertà che non venne; forse per questo il sergente, il compagno, l'amico, il partigiano, il montanaro Rigoni Stern si è ritirato sulle sue montagne da dove, difficilmente, si sposta.
Molte sono le domande che, sottilmente, Rigoni Stern instilla nella nostra mente. La prima fra tutte: ne è valsa la pena? Quella di questi ultimi sessant'anni è la libertà per cui quella gioventù ha combattuto e molti sono caduti? La sua risposta non è diretta, ma se leggerete con attenzione potrete accorgervi che in quelle pagine vi è molto di più della “guerra”.
Non facciamone un “santino”, ricordiamo che è un uomo. Se doveste incontrarlo tra i sentieri dell'altopiano o nelle vie di Asiago salutatelo stringendogli la mano e sperate, magari davanti ad una “ombreta di vino”, davanti ad un fuoco o al caminetto di un rifugio, di ascoltare dalle sue parole uno di questi racconti.

