Erich Maria Remarque, Niente di nuovo sul fronte occidentale, Milano, Mondadori, 2001, pp. 248, € 7,80; prima edizione 1929Potrebbe essere stato scritto anche da un francese, da un austriaco o da un italiano; poco importa che l’autore sia tedesco, tanto è chiaro il messaggio che Remarque, di origini francesi, ha voluto trasmettere nel suo romanzo più celebre insieme a Tempo di vivere, tempo di morire: in una guerra come quella del 1914-1918, una vera e propria carneficina, più che difendere la patria dai “nemici”, si cercava in tutti i modi di salvare la pelle. “Siamo diventati belve pericolose: non combattiamo più, ci difendiamo dall’annientamento. Non scagliamo le bombe contro altri uomini; che cosa ne sappiamo noi in questo momento!”, dice Paolo, il protagonista, durante uno dei tanti contrattacchi descritti nel libro.
Sullo sfondo della guerra combattuta sul fronte occidentale, che va dai Vosgi alle Fiandre e divide la Germania dalla Francia, si muovono i protagonisti, cioè un gruppo di ragazzi strappati allo studio e alla giovinezza e gettati sul campo di battaglia per difendere la Germania. Tutto è raccontato in prima persona da Paolo, il quale vede morire un po’ alla volta tutti i suoi amici, ex compagni di scuola, dopo lunghe sofferenze. Quello che colpisce di più è il fatto che al linguaggio scarno (la cosiddetta “nuova oggettività”) e al tono cronachistico, impregnato di termini bellici, si contrappongono le vicende personali e le riflessioni intime di Paolo, cosicché le morti dei suoi amici risaltano ancor più. Le riflessioni sulla perdita della giovinezza, poi, entrano in conflitto con la brutalità con cui si è costretti ad agire sul fronte: “Gli eventi ci hanno consumati, siamo divenuti accorti come mercanti, brutali come macellai. Non siamo più spensierati, ma atrocemente indifferenti”. Sono proprio l’indifferenza e l’indurimento della coscienza i mezzi necessari per riuscire ad andare avanti, perché “l’orrore si può sopportare finché si cerca semplicemente di scansarlo: ma esso uccide quando ci si ripensa”. La sorte di chi sopravvive, infatti, non è migliore di quella dei caduti, dato che saranno per sempre perseguitati dal senso di colpa per essere ancora vivi e dal ricordo ossessivo della strage. E’ per questo che Remarque non risparmia al lettore il lato più crudo della guerra, così come gli aspetti più grevi della vita in trincea, che solo uno che l’ha veramente vissuta può descrivere. Mai una guerra di posizione era stata raccontata tanto aspramente e non a caso il libro, malgrado lo strepitoso successo ottenuto in seguito alla pubblicazione nel 1929, scatenò polemiche per il suo carattere antimilitarista e l’autore, dopo essere stato accusato di antipatriottismo, fu privato della cittadinanza tedesca. Dava fastidio infatti che nel romanzo si raccontasse anche la tendenza a fraternizzare, in circostanze particolari, con i nemici. Uno dei momenti più belli e più tragici del romanzo è quello in cui Paolo si ritrova a contatto per ore con un francese caduto nella buca in cui si era rifugiato per salvarsi dal fuoco del fronte.
E’ quasi impossibile parlare della guerra in maniera non banale e ancor più difficile di un libro che è riuscito in tale impresa. Lo strazio che esso descrive è ineffabile e solo la lettura del romanzo può rendere l’idea di che cosa sia stata la prima guerra mondiale, passata ingiustamente in secondo piano dopo lo scoppio della seconda. Una delle scene più raccapriccianti è quella dell’agonia dei cavalli: “Non m’è mai accaduto di udire cavalli gridare, e quasi non ci posso credere; quella che geme laggiù è tutta la miseria del mondo, è la povera creatura martirizzata, un dolore selvaggio, atroce, che ci fa impallidire”. Il dolore inflitto agli animali è ancor più aberrante di quello imposto ai soldati, tanto da far dire a uno dei personaggi: “Ve lo dico io, l’infamia più grande è che si faccia fare la guerra anche alle bestie”.

