George R. R. Martin, Il trono di spade. Le cronache del ghiaccio e del fuoco, Milano, Mondatori, 2001, € 8,80Leggere un libro e stupirsi non è mai scontato. Leggere un libro fantasy, con il pregiudizio di incontrare i soliti personaggi adatti ad un pubblico di bambini non ancora svezzati, è invece norma consolidata. George Martin, nelle sua saga “Le cronache del ghiaccio e del fuoco” di cui “Il trono di spade” è il capostipite, riesce a stupire e ad eludere i pregiudizi citati. La sua opera non è una favola fanciullesca ma un romanzo maturo e quanto mai cinico e spietato, laddove questi tratti aiutano il lettore a ricollegarsi alla nostra realtà mai semplice e perbenista, piuttosto che trascinarli in un mondo incantato e irreale dove uno stucchevole lieto fine è sempre in agguato.
Il romanzo è fantasy in quanto crea un mondo originale ma le vicende sono strettamente legate alla storia reale dell’umanità. I Sette regni sono un medioevo brutale ma anche ricco di eroismi e di ideali elevatissimi (continuamente insoddisfatti ma pur sempre presenti). I Dothraki non sono altro che i popoli delle steppe, identificabili con gli Unni o con i Mongoli e il loro Signore khal Drogo può essere benissimo la reincarnazione di Attila o di Gengis Khan. Le città libere ricordano tante Baghdad o Babilonia, mente le popolazioni che vivono sulle coste sono una commistioni di mercanti e pirati che da sempre hanno affollato i nostri mari.
I personaggi martiniani sono unici e complessi, due fra tutti riescono ad accattivare l’attenzione grazie al loro non essere allineati ad alcun stereotipo: Tyron è il nano-mostro che cerca di riscattarsi in continuazione, cercando di fare la cosa giusta ma finendo sempre per fare quella sbagliata; Jaime inizialmente sembra il cattivo per eccellenza mentre in seguito non lo scopriamo buono ma semplicemente diverso e immerso totalmente nel suo punto di vista.
La trama di questo romanzo, e in generale di tutta la saga, è sempre coinvolgente e affascinante. L’autore riesce con incredibile maestria a pilotare di continuo il lettore verso un particolare esito per poi all’improvviso cambiare direzione, lasciandolo sorpreso e sconvolto dalla nuova rotta imboccata dalla narrazione.
Purtroppo Martin è però vittima dei nostri tempi che riconducono tutto al profitto e al vendibile, valori che ormai hanno attanagliato anche la letteratura. La Saga, infatti, non arriva mai ad una conclusione e libro dopo libro (“Il trono di spade”, “Grande Inverno”, “Il regno dei lupi”, “La regina dei draghi”, “Tempesta di spade”, “I fiumi della guerra”, “Il portale delle tenebre”, “Il dominio della regina”, “L’ombra della profezia”) nasce ovvia l’idea che, per causa del suo strepitoso successo in tutto il mondo, la narrazione non sia più stimolata dall’ispirazione dell’autore ma da un preciso piano editoriale e commerciale. Il sospirato “The end” appare all’orizzonte ormai da molte e molte pagine ma l’autore continua a rimandarlo inserendo nuove vicende e non tirando mai i fili dei personaggi creati in precedenza. Fortunatamente la verve e il genio dello scrittore continuano a rimanere intatte, anche se questo “tirarle per le lunghe” rischia sinceramente di tediare e innervosire chi da tempo è affezionato a questa Saga.
Fatalmente questa scelta nuocerà più allo scrittore che al suo pubblico, rilegando il suo grandioso poema epico ad un semplice successo editoriale e privandolo di un posto nella storia letteraria che onestamente Martin merita alla pari con il mitico Tolkien.

