Giorgio Bassani, Gli occhiali d’oro, Torino, Einaudi, 1958, pp. 167 Un’emozione sempre grande per un ferrarese la lettura e rilettura di Bassani. Ogni volta ci si ritrova tra le sue righe nelle descrizioni dei cari luoghi della città. Non meno toccanti sono i temi centrali della scrittura di Bassani: la condizione dell’uomo, la Guerra, l’Olocausto.
L’ambulatorio di via Gorgadello -oggi Via Adelardi, la bellissima via che costeggia il Duomo, la via storica delle enoteche citata dall’Ariosto- e poi le pigre domeniche in bicicletta, gli occhiali d’oro di Fadigati che brillano nell’oscurità della platea di uno dei quattro cinema cittadini; quegli stessi occhiali d’oro che «incorniciano il vago sorriso che gli spianava il volto». Gli occhiali d’oro rappresentano una diversità dapprima tollerata e poi sempre più odiata.
Nel grande palcoscenico la nostra piccola città di provincia quindi vera protagonista insieme al ben noto, medico veneziano Athos Fadigati-interpretato nella versione cinematografica del 1987 dal grandissimo Philippe Noiret - che, trasferitosi nella città padana, è stimato dalle migliori famiglie dell’alta borghesia finché non si mettono in giro delle voci sulla sua omosessualità, diffuse da un giovane intellettuale ebreo – l’io narrante -amico dell’amante, il molle Deliliers. Nel corso del racconto, il ragazzo ha una progressiva maturazione che lo porta a rafforzare la propria coscienza storica e morale e ad avvicinarsi sempre di più al medico. Soli ed emarginati, legati da un comune destino, nonostante le cause siano diverse, i due vivono la stessa angoscia di coloro cui è impedito “vivere la vita di tutti”.
Una storia di una ricerca e di un tentativo di uguaglianza destinati a fallire ,una storia di emarginazione per due diversi aspetti: la condanna borghese dell'omosessualità, che ha per oggetto il medico Athos Fadigati, e le prime avvisaglie della persecuzione contro gli ebrei, già avvertita con dolore dal protagonista. Sullo sfondo, l'inquietudine della guerra che si avvicina e la fragilità di un mondo di provincia che sta per smarrirsi.
L’utilizzo dell’io narrante (lo stesso impiegato ne “Il giardino dei Finzi Contini”) rendono la lettura coinvolgente e tragica, che vivacizza il racconto e garantisce la pluralità dei punti di vista sottolineando ora il conformismo della maggior parte delle persone descritte, ora la solitudine del protagonista, in un quadro drammatico.
L’intento del grande scrittore ferrarese è quello di definire una realtà storicamente ben precisa senza alcuna partecipazione ideologico-politica.
E quanto più attuale il tema dell’emarginazione e dell’intolleranza per il diverso. Importante questo giorno dedicato alla Memoria perché l’Olocausto come ogni altra forma di violenza e discriminazione nel mondo non vengano dimenticati; poiché il timore è che quando l’ultimo testimone di questi fatti morirà si porti anche con sé la Memoria.

