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Giorgio Bassani: la magia della pianura e dei personaggi

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bassanigiorgio      Bassani nasce a Bologna da una famiglia della borghesia ebraica ferrarese nei primi decenni del secolo passato (nel 1916). La sua formazione scolastica si svolge a Ferrara fino alla maturità classica e, successivamente, all'Università di Bologna dove consegue la laurea in Lettere.
     Durante gli anni della seconda guerra mondiale, partecipa alla Resistenza e conosce anche l'esperienza del carcere. Nel 1943 si trasferisce a Roma dove vive per tutta la vita (è morto nel 2000 ed è  sepolto nel cimitero ebraico di Ferrara), lavorando come raffinato narratore, poeta, fine saggista, sceneggiatore e consulente di Case editrici, mantenendo però sempre fortissimo il legame con la città d'origine.
    Nella sua opera, Bassani ha interpretato la nostra pianura nella quale chi è cresciuto a Ferrara si riconosce ma, crediamo, vi si riconosce bene anche chi è cresciuto nelle città di frontiera tra la terraferma e il mare.
    Per parlare di Giorgio Bassani, è opportuno prendere l'avvio da una sua affermazione: "Come narratore, la mia ambizione suprema è sempre stata quella di risultare attendibile, credibile, insomma di garantire al lettore che la Ferrara di cui gli riferisco è una città vera, certamente esistita".
     Bassani ha sempre dichiarato il suo legame segreto con la città che lo ha visto nascere, crescere da bimbo, da ragazzo e da uomo: “Finii verso sera sulla Mura degli Angeli dove avevo passato tanti pomeriggi dell’infanzia e dell’adolescenza; e in breve, pedalando lungo il sentiero in cima al bastione, fui all’altezza del cimitero israelitico. Ed ecco, guardando…al vasto paesaggio urbano che mi si mostrava di lassù in tutta la sua estensione, ad un tratto mi sentii penetrare da una grande dolcezza, da una pace e una gratitudine tenerissime. Il sole al tramonto, forando una scura coltre di nuvole, bassa sull’orizzonte, illuminava vivamente ogni cosa: il cimitero ebraico ai miei piedi, l’abside e il campanile della chiesa di San Cristoforo poco più in là, e sullo sfondo, alte sopra la bruna distesa dell’abitato, le lontane moli del Castello Estense e del duomo. Mi era bastato ritrovare immutato il volto materno della mia città, riaverlo ancora una volta tutto per me, perché quell’atroce senso di esclusione che mi aveva tormentato nei giorni scorsi cadesse di colpo” (Le storie ferraresi, Torino 1960; vi sono comprese Cinque storie ferraresi, Gli occhiali d’oro, e i due racconti Il muro di cinta e In esilio).
     Questa città, da lui definita "magica", è stata per lo scrittore una costante in tutta la sua opera narrativa. La Ferrara di Bassani, che può essere simbolica, è una "città di pianura" e, appunto, di chiusa magia.
     Ma che cosa significa per Bassani descrivere una città vera? Proviamo a rispondere.
     Nella città di Ferrara, come in altre, ci sono dei luoghi, importanti o modesti, ma vivi per le persone che li vivono. Queste persone divengono personaggi, perché sono collocate dallo scrittore in uno spazio che è quasi un fermo-immagine, infatti, per narrare di loro, Bassani  blocca il flusso della loro vita, e sceglie uno spazio tra storia e memoria; eccone due famosi esempi.
     Corso Giovecca: “Ancor oggi può succedere, frugando in certe bottegucce di Ferrara, di mettere le mani su cartoline vecchie di quasi cento anni…Una delle tante mostra corso Giovecca, la principale arteria cittadina, come era allora…A destra e in ombra, a guisa di quinta, si staglia lo sperone del Teatro Comunale, mentre la luce, che è quella tipica di un dorato crepuscolo primaverile emiliano, converge interamente sul lato sinistro dell’immagine…La cartolina è ricavata da una fotografia. Come tale essa dà conto, e non senza efficacia rappresentativa, dell’aspetto della Giovecca  intorno alla fine del secolo XIX (una specie di larga carraia nell’insieme piuttosto informe, col suo ruvido ciottolato, più degno di un paesone della Bassa che di un capoluogo di provincia, scompartito nel mezzo dalle esili righe parallele delle rotaie del tram), ma ovviamente non altrettanto della vita che nell’attimo in cui il fotografo fece scattare l’obiettivo la percorreva da cima a fondo: dall’angolo del Teatro Comunale e del sottostante Gran Caffè, sulla destra, a pochi metri di distanza dal luogo dove era piazzato il cavalletto, fino laggiù, alla lontana rosea fronte soleggiata della Prospettiva terminale” (Il romanzo di Ferrara, Libro primo, Dentro le Mura, La  passeggiata prima di cena, Milano 1980).
     Via Mazzini: “A riferirne per iscritto c’è caso che la scena possa risultare abbastanza incredibile e romanzesca. E del resto sono io medesimo a dubitare della sua realtà ogniqualvolta la penso nella cornice da noi così usuale e familiare di via Mazzini: di quella via, cioè, che partendo da piazza delle Erbe e fiancheggiando il quartiere dell’ex ghetto – con l’Oratorio di San Crispino all’inizio, le strette fessure di via Vignatagliata e di via Vittoria a mezzo corso, la facciata di cotto rosso del Tempio israelitico un poco più avanti, nonché, lungo l’intero suo sviluppo, con le fitte schiere contrapposte dei suoi innumerevoli fondachi, negozi e negozietti -, funziona ancor oggi da tramite fra il nucleo più antico e la parte rinascimentale e moderna della città” (Il romanzo di Ferrara, Libro primo, Dentro le Mura, Una lapide in via Mazzini, Milano 1980).
Ricordiamo che ognuna delle Cinque Storie ha un preciso scenario ferrarese che la circoscrive. Ferrara assume le proporzioni di autentica protagonista, allo stesso livello degli attori che si muovono sul suo palcoscenico, in modo che, fra personaggio e città si stabilisce un intimo rapporto di scambio. I personaggi di Bassani non sarebbero gli stessi se non vivessero a Ferrara, all'ombra delle sue rosse "mura". Oggi le Cinque Storie ferraresi sono una raccolta, nel Romanzo di Ferrara, con il titolo Dentro le mura, Libro primo. Bassani ha cominciato a scrivere la prima delle Storie all'età di 21 anni, nel 1937, le ha pubblicate nel '56, dopo 20 anni, e la loro stesura definitiva è del 1980 (dopo più di 40 anni).
     Ai limiti della città di Ferrara, nel cerchio delle mura, presso la Mura degli Angeli, sorgono un giardino mitico e un muro, non un muro qualunque, ma il muro di cinta della villa Finzi Contini. Il muro di cinta e il giardino  sono i luoghi di un mondo infantile perfettamente protetto e irraggiungibile dalle malefiche influenze esterne. In questi luoghi, lo scrittore sceglie di rivivere un passato che ben sa non avere più legami col presente, ma che sarà sempre parte di lui. Così, è proprio in alcuni personaggi che Bassani fonde il senso interiore del luogo con il suo personale esistere, e rende universale il mondo particolare della città e della provincia di Ferrara.
Micòl Finzi Contini ne è l'esempio più chiaro. Micòl sorridente si affaccia da un paradiso, un "giardino terrestre" che si offre con i suoi celati misteri alla fantasia del protagonista-narratore (il romanzo è scritto in prima persona), e quando scompare, gli lascia un ricordo perenne e una lezione di vita. Numerose sono state le persone, non ferraresi ma anche non italiane, venute a Ferrara sotto la suggestione potentissima del Giardino dei Finzi Contini, pensando che, per le vie con i ciòttoli della città, da un momento all'altro sarebbe uscita la giovane protagonista Micòl per accompagnarle nel suo giardino, benchè esso sia solo un “luogo letterario”.
     L'ambiente rievocato nel romanzo è quello ferrarese delle famiglie della comunità israelitica oppressa sempre più dalle leggi razziali che le escludeva dai circoli sportivi, dalle biblioteche e dai luoghi di ritrovo. C'è da segnalare infatti un'altra affermazione contenuta nelle prime pagine del suo romanzo, Il giardino dei Finzi Contini: "in primo luogo eravamo ebrei". Avverte un importante critico (Geno Pampaloni) che "nessuno in Italia ci aveva dato con tanta penetrante dolcezza il senso dell'antica dignità e del dolore con cui gli ebrei italiani hanno subito i terribili anni di guerra". "Si era nel '38" scrive Bassani. Un giorno, Giorgio il protagonista, profondamente avvilito per essere stato rimandato in matematica, vagabonda in bicicletta lungo la "Mura degli Angeli". Dopo essersi fermato in un prato, perché non ha il coraggio di ritornare a casa, si sente chiamare dal muro di cinta del misterioso giardino dei Finzi Contini. E' Micòl, la coetanea conosciuta fino ad allora soltanto di vista, perché tra le due famiglie esiste una distanza incolmabile, nonostante la comune origine ebraica. I Finzi Contini sono infatti aristocratici raffinati che vivono appartati in una grande villa circondata da un immenso parco. Ecco l’indimenticabile presentazione di Micòl: “’Ehi, ma sei proprio anche cieco’, fece una voce allegra di ragazza. Dai capelli biondi, di quel biondo particolare striato di ciocche nordiche…che era soltanto suo, riconobbi immediatamente Micòl Finzi-Contini. Si affacciava dal muro di cinta come da un davanzale, sporgendone con tutte le spalle e appoggiandovisi a braccia conserte… Mi osservava di sotto in su: da abbastanza vicino perché riuscissi a vederle gli occhi; che erano chiari, grandi (troppo grandi, forse, allora, nel piccolo viso magro da bambina)” (Il romanzo di Ferrara, Libro terzo, Il giardino dei Finzi Contini, Milano 1980).
     Dopo il fuggitivo incontro degli anni dell'adolescenza, Micòl scompare. Ricomparirà nella vita del protagonista alle soglie dell'età virile e sarà allora che egli riuscirà a passare "di là dal muro". Dal "verde paradiso degli amori infantili", i due giovani si affacciano dunque alla realtà della vita e si dibattono tra i segni di minaccia che li circondano. Alla fine del romanzo, la rinuncia del protagonista a Micòl, corrisponde con la sua entrata nella vita vera. Ella appartiene ai suoi sogni giovanili, il giardino diventa il simbolo del paradiso perduto, la vita dignitosa e appartata dei Finzi Contini deve essere narrata con la dolorosa consapevolezza del dopo, cioè della loro tragica morte nel campo di concentramento tedesco.
     Nel 2002, a Ferrara, si sono resi numerosi omaggi a Giorgio Bassani per il quarantennale della pubblicazione del suo primo romanzo, Il giardino dei Finzi Contini, pubblicato nel 1962, il più amato dai lettori. Dal romanzo è stato tratto, nel 1970, l'omonimo film di De Sica che ha ricevuto l'Oscar come migliore film straniero.
Quella descritta da Bassani (dopo la città e la campagna circostante) è una terra che vive anche nelle acque, così la popolazione attiva è fatta da persone che lavorano là o che ci vanno di proposito. Questa terra speciale è di uomini e di barche per pescare, ma anche di botti per cacciare.
     In una fredda giornata domenicale dell'inverno 1947, gli orizzonti aperti del delta ci presentano un paesaggio in cui gli elementi naturali appaiono, con tutto il loro fascino, contrapposti ai sentimenti di Edgardo Limentani, il protagonista dell'Airone (pubblicato nel 1968, oggi anche L'Airone appartiene al Romanzo di Ferrara). A rappresentare tutta questa complessità c'è l'airone, buffa, splendida bestia, inutile e leggera, ferita da un doppio sparo e poi c'è "la vetrina dell'imbalsamatore" (l'impagliatore di uccelli), a Codigoro, visione di pace e di vigore vitale. L'avvocato Limentani, occorre precisarlo, è seguito durante una giornata di caccia trascorsa nelle valli del delta, che lo condurrà alla consapevolezza della tragica necessità della propria morte, l'unico salvataggio possibile della vitalità perduta. Il volo dell'airone e la sua morte rappresentano per il protagonista la sua esistenza: "Prima che a furia di perdere sangue gli occhi gli si velassero, l'airone aveva dovuto sentirsi all'incirca come lui adesso: chiuso da ogni parte, senza la minima possibilità di sortita".
     L'ambiente vitale del delta ha  funzione di commento, di provocazione o almeno di completamento esteriore. Nel racconto di Bassani, all'occhio dello scrittore è assegnata la parte preponderante. Pensare è anche guardare: “Improvvisamente, con estrema violenza, si sentì riafferrare dal desiderio di ritrovarsi, pioggia o non pioggia, a qualsiasi costo, in mezzo alle valli: solo…Ingranò la terza e poi la quarta. E ben presto, senza mai scendere al di sotto dei settanta, giunse in vista dell’abbazia di Pomposa. Da quanto tempo non arrivava da quelle parti!...Ma era contento, però: contento che l’abbazia, a prescindere dalla vegetazione di gran lunga più folta che la circondava attualmente…, fosse passata attraverso la guerra conservando intatto il suo aspetto originario di grossa azienda agricola tipo la sua Montina. Eh già – si diceva, fissando le rosse, antiche pietre del monastero – con quella torre campanaria, da un lato, capace come un silo da granaglie; con quella chiesa nel mezzo che più che una chiesa faceva venire in mente un fienile; con quegli altri fabbricati disadorni, sulla destra, disposti come case coloniche intorno all’aia: effettivamente, se pure in grande, Pomposa assomigliava in tutto e per tutto alla Montina… Giunto fin sotto Pomposa, piegò a destra per la Romea, quindi, dopo qualche centinaio di metri, a sinistra, per la strada tutta curve e controcurve che si addentrava di sbieco nelle valli. Respirò profondamente. Verso sud, a perdita d’occhio, vedeva la vasta estensione quasi marina della Valle Nuova; verso nord i brulli terreni di bonifica limitati sullo sfondo dalla riga nera e ininterrotta del bosco della Mesola…Nel sole il cotto rosso del casone Tuffanelli splendeva vivo, allegro: neanche se qualcuno avesse finito di lavarlo giusto allora. Le acque stesse della Valle Nuova, quando, dall’alto del ponte, indugiò un attimo a guardarle, lo stupirono per l’intensità straordinaria del loro azzurro: Erano azzurre non soltanto al largo, dove il vento teso e freddo le impennacchiava qua e là di spuma, ma anche presso la riva, là dove in lingue tortuose seminascoste fra barena e barena venivano a insinuarsi fino a due o trecento metri dall’abitato” (Il romanzo di Ferrara, Libro quinto, L'Airone, Milano 1980).
Bibliografia
  • g. bassani, Opere, A. Mondadori Editore, Milano 2001
  • a. dolfi, Giorgio Bassani. Una scrittura della malinconia, Bulzoni Editore, Roma 2003
  • g. oddo de stefanis, Bassani entro il cerchio delle sue mura, Longo Editore, Ravenna 1981
  • g. pampaloni, Giorgio Bassani, in Storia della Letteratura italiana, a c. di e. cecchi e n. sapegno, vol. IX, Garzanti, Milano 1969, pp. 745-752

La scheda di Maria Alberta Faggioli Saletti

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