Nel romanzo Il Sempione strizza l’occhio al Frejus di Elio Vittorini vi sono alcuni capitoli indimenticabili riguardanti la famiglia protagonista composta, principalmente, dalla voce narrante appartenente ad un disoccupato della classe operaia, da un fratello (sulle cui uniche spalle vive l’intero nucleo), dai bambini che si mettono a piangere quando vedono mettere in tavola il «caldaio» pieno di cicoria, e dal vecchio nonno «orgoglio della sua squadra» al tempo dei trafori ferroviari, «orgoglio per chi lavorava con lui (…). E per chi gli cucinava.». A pronunciare questa frase, ed altre piene di rispetto e fierezza, è la madre della voce narrante, figlia del grande lavoratore seduto a capotavola, dopo aver tolto il «calderone dal fuoco di sterpi» ed aver invitato a rimanere per il pranzo l’operaio (che da giorni ripara la strada nelle vicinanze della loro casa) venuto a congedarsi essendo ultimati i lavori. La tavola è apparecchiata come se le portate dovessero essere tante: non manca l’oliera, ma olio non ve n’è; non manca «il servizio triplice di posate», ma il menù è soltanto a base di cicoria; non mancano i bicchieri, ma l’acqua è di rubinetto ed il vino non c’è; non mancano i piatti, fondi e piani, ma il secondo di carne è soltanto immaginato; non mancano due fruttiere, ma si finge di mangiare la frutta. Piangono e «singultano» i bambini ai quali sono insegnate le buone maniere del sapersi comportare a tavola nonché il modo di mangiare qualsiasi tipo di cibo (del tutto assente), poiché, come viene spiegato all’ospite, «se no, il giorno che ci fosse da mangiare sul serio, come si comporterebbero?».Pagine ineguagliabili, queste pagine di dignità nella povertà. L’ospite - Medita su quanto ha sentito. E dice e ride: «Vorrei anch’io sapere come si mangia un’ala di pollo». Lo dice e ride. «Mai avuto occasione di impararlo», dice e ride. - sta al gioco, dato che anch’egli «nel suo piccolo» ha la sua “cicoria” (non svelo ai Lettori, giovani o meno, di quale prelibatezza si tratti, augurandomi che curiosità Li conduca a leggere il succitato romanzo di Vittorini).
Vero e proprio racconto autonomo nel romanzo, queste pagine vennero pubblicate, con qualche taglio di brani necessari all’organicità della narrazione lunga, sulla rivista «Rinascita» nel 1947 (lo stesso anno in cui fu pubblicato il romanzo suddetto) - [24 racconti. Prefazione di Gian Carlo Ferretti. A cura di Alberto Cadioli. Allegato al n.9 dell’8-3-1986 di Rinascita, Editrice «l’Unità» S.p.A] - che può essere letto quale spaccato dell’Italia durante un dopoguerra alimentato da privazioni, tuttavia a testa alta, descritta a tratti, al tempo stesso, lirici ed ironici, oltretutto distintamente ideologici da Vittorini.
Altra decorosa e rispettabile tavolata è quella descritta da Luigi Incoronato, partigiano (Resistenza molisana) ed intellettuale (fondò la rivista “Le ragioni narrative”) nel racconto Il sette giugno apparso su «Rinascita» nel 1953 appunto dopo le elezioni del medesimo anno.
Qui, a capotavola è seduto il sarto dal taglio non più alla moda, praticamente disoccupato, il quale «vedendo i maccheroni nei piatti, agitò il fiasco», grida «a tavola» per radunare tutti e sottolinea che mai avrebbe potuto comprare il vino ed il resto se due figlie non avessero lavorato nella piantagione di tabacco: «sono soldi loro questi che mangiamo, lavoro di queste ragazze». Sono presenti tre ragazzini che dapprima corrono a prendere posto, iniziano «a sbattere le posate», attimi dopo «si sporcavano il muso ma ingoiavano i maccheroni con rapidità sorprendente», «bevevano tutti e tre in un piccolo bicchiere che si strappavano di mano», e si litigheranno per il “secondo”.
Una delle ragazze aveva diviso «un boccone di carne per ciascuno nello stesso piatto di maccheroni (…) I bambini strillavano:-La carne a me!La carne a me!», ma uno dei bambini strappa il pezzo di carne che la sorellina «stava per introdurre nella bocca. La bambina scoppiò in un pianto dirotto: -Il mio pezzo di carne, il mio pezzo di carne!», di conseguenza il padre si alza per picchiare il ragazzino che scappa piangendo.
Il figlio, rappresentante di lista, è ai seggi elettorali: assente, è tuttavia una presenza che alita fierezza su quella tavolata, metafora della libertà che si fa timidamente strada, a volte con quel tremore che si corazza di insolenza, a piccoli passi, pesanti e profondi, di consapevolezza riguardo al mondo in cambiamento.
L’explicit del racconto, dalla bocca del capofamiglia - «E’ stato proprio un bel pranzo» - corona tali pagine testimonianza di come anche l’atmosfera d’una anonima tavolata possa essere specchio d’un periodo storico. Non dimentichiamolo: si tratta delle elezioni del 1953. L’Italia vive il cosiddetto “miracolo economico” del periodo 1951-1963 che ridisegnerà l’assetto sociale ed il sistema politico del Paese.
«Vedete signorina, io, fino all’anno scorso, chiunque veniva gli promettevo il voto se lui me lo chiedeva. Così si era fatto sempre nel paese (…) questa era la maniera di fare» confessa il sarto alla maestra negli occhi della quale è posta l’attenzione dell’autore, invitata al pranzo, andata a far visita alla famiglia con la speranza di una promessa di voti per la propria convinzione politica, malgrado si fosse rassegnata al fatto che da quella casa sarebbe uscito un solo voto, quello di Lucietta, la terza figlia, scandalizzata e addolorata dell’atteggiamento paterno nei confronti della maestra, che all’inizio del racconto «rimestava la pasta che cuoceva in una pentola su di un fornello a carbone, nell’angolo della stanza adibito a cucina».
Il rispetto non era mai venuto meno, tenuto conto che alla maestra, non soltanto era stato dato uno dei due tovaglioli posti a tavola, ma era stato pure cambiato il piatto al momento della carne. Né viene meno il tono civile ed educato con cui il sarto rivendica segretezza e autonomia di voto, come Costituzione recita, nei confronti del passato, quasi impersonando quel centrosinistra che va sperimentandosi dopo la svolta a destra del 1947, dopo un periodo generale di instabilità e di perdite delle sinistre nel 1948, caratterizzato soprattutto da un sistema clientelare messo in moto da autorevoli personaggi (la maestra ne è esempio) seppure, ma nondimeno, in piccoli e marginali contesti sociali.
Da una parte, il sarto che ha imparato dalla vita a ringraziare per gli aiuti ed i prestiti ricevuti, non sentendoli però quali catene di sudditanza, bensì d’obbligo a rispettare il pensiero altrui, per arrivare a dire «qui, in questa casa, c’è un solo voto per voi, e lo sapete di chi è. Uno solo, e spero che presto non avrete neanche più quello», dall’altra appunto Lucietta, fedele alla maestra, che si ostina a non voler bere il vino comprato con i soldi frutto del lavoro delle sorelle perché «il suo lavoro in casa, quello non portava soldi e non si vedeva la sua fatica».
In definitiva, sia ne Il Sempione strizza l’occhio al Frejus di Vittorini che ne Il sette giugno di Incoronato il “sedersi a tavola” è sinonimo d’un incontro plurale, d’un punto d’arrivo abitudinario, complesso e obbligato, per una riflessione che permetta di ripartire.
Nel primo, Il Sempione strizza l’occhio al Frejus, tutto ciò che può costituire l’apparato antropologico del mangiare, vale a dire come si apparecchi o si adorni la tavola, le ricette (si accenna ad un immaginario pollo alla cacciatora e alle patate fritte), oppure l’idea, al di là della misera realtà, della tavolata quale momento di festa o ritrovo (il fine didattico spinge a continuare la dolorosa finzione, nonostante la nausea per la cicoria dopo averla mangiata per mesi e mesi, con una «mestolata di brodo nel piatto» per «tenerli[i bambini] allenati a come si mangia la minestra»), è posto in primo piano per descrivere l’economia della povertà in un ambiente riflesso di tragica decadenza economica, ma non spirituale. Non a caso la necessità dell’alimentarsi, lo scopo meramente, ma fondamentale, fisiologico atto ad ingurgitare vitamine, proteine e quant’altro necessario al sostentamento, è tralasciato, è parcheggiato sullo sfondo.
Nel secondo, Il sette giugno, invece, ogni aspetto possa rientrare nel circolo semantico del mangiare/alimentarsi è utilizzato metaforicamente, dalla strategia narrativa, all’opposto. La costruzione, il contorno formale, lo “stare a tavola” non è la priorità, in quanto lo è la sostanza (il paese sta cambiando, il sarto l’ha letto sulle facce dei compaesani). Il cibo (metafora di nuove idee da introiettare) è fortemente presente, pur se nei limiti delle possibilità economiche e pare equamente diviso (le eque parti sono difese) proprio perché ogni familiare/persona è parte della strategia di emancipazione che vede nella propria autonomia “alimentata” - un veicolo allo sviluppo. Alimentarsi è quindi fondamentale, non a caso a Lucietta viene consigliato di bere almeno un goccio di vino (lo bevono persino i bambini) quasi per dare il segno tangibile di partecipare alla mensa, di condividere il nuovo assetto familiare, riassestando con nuovi gusti il proprio equilibrio psico-corporeo (ma «Lucietta sciacquava i piatti. Era contenta di non aver bevuto vino», ed i piatti sporchi stessi costituiscono l’ulteriore simbolo di idee non condivise; non a caso è lasciato al personaggio di Lucietta il compito di apparecchiare e sparecchiare la tavola), di partecipazione ad una sorta di nuova “alimentazione” politica che una volta digerita potrebbe portare ad una proficua dialettica tra pensieri e convinzioni opposte: «noi vi ringraziamo di averci onorati…-disse il sarto, sinceramente.- Ma proprio perché abbiamo mangiato insieme, abbiamo anche potuto parlare dicendo la verità, non vi pare giusto signorina Concetta?»

