La TV dal passato, oppure echi fantastici dagli anni SettantaNegli anni Settanta, quando l’unico spazio disponibile per gli adolescenti era in seconda fascia pomeridiana, con il nome di TV dei ragazzi, la RAI aveva comperato e doppiato uno sceneggiato olandese: Gianni e il magico Alverman (Johan en de alverman). Per noi, piccoli spettatori, fu una rivelazione, il primo contatto con il genere fantasy, anche se molto diluito: low magic, si direbbe oggi parlando del contenuto. In effetti, lo strano ometto segaligno che il protagonista, Gianni Claeszoon, un giovane medico appena laureato nell’Olanda del Seicento, trova nel bosco del Nekker, magie non ne faceva molte, ma erano comunque assai divertenti. Per tutte basti citare la trasformazione, da parte di Alverman, di un cavallo in carne ed ossa, che non riusciva a cavalcare, in un cavallo a dondolo velocissimo.
Ma andiamo con ordine. Gianni incontra Alverman nel bosco, lo ritrova ferito al mulino dello zio, lo aiuta e i due divengono amici inseparabili. Come verrà in seguito rivelato, Alverman appartiene al popolo di Avalon, una razza che vive nel profondo della terra, ed è stato bandito per aver cercato e trovato la via che conduce al mondo degli umani. Questo popolo sotterraneo possiede anelli e formule in grado di fucinare il ferro, trasformandolo in acciaio dalle svariate forme, operazione durante la quale battono il metallo ad una incredibile velocità.
I due amici vivranno insieme mille avventure, nel tentativo di far innamorare la bella Rosita, figlia del nobiluomo di origine spagnola Don Cristobal, di opporsi ai malvagi disegni di Guy de Sénancourt, un individuo perfido, spia della Francia, che aspira alla mano dell’innamorata di Gianni. Nonostante le umili origini, con l’aiuto di Alverman e del suo magico anello Fafiefoerniek, il giovane medico sposerà Rosita, non prima però di aver trovato una cura (un decotto a base di erbe), per la malattia mortale che, da secoli, decima gli alvermanni; di essere assolto dall’accusa di omicidio (un complotto ordito da Sénancourt), di avere salvato la vita ad un brigante – lo Zio Ben – che per riconoscenza lo scagionerà dall’accusa di omicidio.Alverman, il cui vero nome è Fiefoerniek, potrà tornare ad Avalon, accompagnato da Gianni, recando con sé la preziosa ricetta del decotto medicinale. Grazie a questo, il giovane medico salverà la vita del figlio di re Alberico e di molti altri alvermanni, e potrà tornare in superficie con la gratitudine dell’intero popolo sotterraneo.
L’ambientazione della serie era molto curata, così come i costumi, anche se il bianco e nero toglieva sicuramente possibilità espressive, specie quelle legate ai rudimentali effetti speciali, comunque assai ben fatti per l’epoca. La sceneggiatura, tratta dall’opera omonima di Lo Vermeulen e Karen Jeuninckx, lasciava ampio spazio all’ironia e al divertimento, attraverso episodi davvero comici e grotteschi, ma era soprattutto ricca d’avventura nel senso più stretto del termine.
Forse oggi sarebbe difficile da riproporre, specie per via del bianco e nero, nonché del ritmo narrativo lento, che mal si sposa con i gusti degli adolescenti di oggi, abituati a ritmi vertiginosi e a trame poco complesse, però sono convinto che un eventuale passaggio in RAI di questo sceneggiato, susciterebbe ancora un certo interesse, almeno nella generazione che tuttora lo ricorda.

