I programmi serali della televisione si dividono perlopiù in due filoni: quelli euforizzanti, tipo quiz, che ci promettono un sacco di soldini e gli altri deprimenti quali tutta la serie dei C.S.I. (compreso quello reality che è più trucido di quelli inventati) e compagnia bella. I primi ci fanno sentire con un quoziente di intelligenza superiore alla media quando indoviniamo che la prima lettera dell’alfabeto greco è alfa mentre il concorrente, novello laureato, sembra sudare sette camicie a questa impossibile domanda: in effetti il più delle volte si tratta di tutta una messa in scena architettata ad (?)usum delphini e interpretata più o meno bene dall’attore di turno. I secondi, invece, con maniaci ad ogni angolo di strada che squartano, tagliano, congelano pezzi di cadavere, ci fanno dubitare perfino del vecchietto traballante che, da vent’anni, ci porta la verdura il lunedì.
Così, scegliendo una via di mezzo, uno dei programmi che vedo più volentieri è il dr. House, ora detronizzato alla domenica alle venti e trentacinque e limitato ad un solo episodio ma il cui protagonista è pur sempre il testimonial dei canali a pagamento della rete Mediaset. Non è che questa visione sia priva di inconvenienti: se Jerome K. Jerome si sentiva tutti i mali del mondo, ad eccezione del ginocchio della lavandaia, dopo aver letto un trattato di medicina, figurarsi come si può sentire un povero spettatore alle prese con una forte acidità di stomaco per avere gavazzato con gli amici quando lo stesso sintomo è indizio di un infarto fulminante. Il quale non sarà diagnosticato subito dalla geniale équipe del dottor House ma dopo una serie di esami che avranno provocato convulsioni, perdite ematiche da tutti gli orifizi possibili e immaginabili e chi ne ha più ne metta. Alle convulsioni poi segue sempre una trapanazione del cranio, pratica questa molto adottata anche dagli antichi Egizi quando proprio non se la cavavano altrimenti nel curare il malato.
E poi si scoprono cause impensate di malattie: un enorme fungo velenoso cresciuto, non si sa come, sotto l’acquaio, i jeans comprati al mercato e messi sopra un camion che ha trasportato anticrittogamico che, in condizioni normali, non riuscirebbe ad uccidere non solo i microrganismi cui è destinato ma neanche uno degli insetti che in essi circolano.
Ma il dottor House è simpatico con la sua faccia da cagnolone bastonato: egli è un eterno perdente, con genitori impossibili, amori finiti male ma non dimenticati, una malattia che non gli lascia tregua, solo contro tutti con quel suo carattere spigolo so che non invoglia ad amarlo. Lo salvano però i suoi colpi di genio, la sua tenacia, il suo non arrendersi mai: non importa se qualche suo paziente si ritroverà con un braccio in meno, cosa che poteva essere evitata con la diagnosi giusta, ma è stato salvato quando tutti gli altri medici navigavano nel buio.
E allora perché piace questa serie terrorizzante? Forse perché tutti i perdenti, e sono tanti, si identificano con questo personaggio che nella sua professione ha una marcia in più spesso disconosciuta? O forse è quel po’ di umanità che traspare, malgrado tutto, da questa figura dai metodi non ortodossi, ma pronta a rischiare di persona, a darci un filo di speranza in un mondo che sembra votato soltanto all’interesse personale? O è solo l’attore che interessa, quel Hugh Laurie che interpreta anche il “padre” del topolino Stuart Little? Non lo so: io continuo a guardarla anche se ho una lista lunga un chilometro di esami clinici prenotati. Meglio prevenire!

