
Andrea Pazienza: apologia di un maestro del fumetto
La recente ristampa, per i tipi de L’Espresso, di una parte dell’opera di Andrea Pazienza, ha contribuito a far conoscere l’arte del disegnatore più svogliato e, allo stesso tempo, più geniale, intrigante, comico, tragico e quasi crudele del fumetto italiano. Svogliato per sua stessa definizione, Pazienza alternava tavole complesse ad altre in cui, pur con pochi tratti, riusciva sempre a definire i suoi personaggi, a creare situazioni al limite dell’assurdo o della crudeltà, anche se mai gratuità.
Alcune storie di Zanardi (si pensi a Giallo Scolastico), rivelano una crudeltà che non è però dell’autore. Si intravede la mano divertita e divertente di Andrea, mentre i suoi personaggi commettono soprusi e bassezze ineguagliabili. A dire il vero, non è il Pazienza che preferisco, anche se occorre ammettere che le sue narrazioni di vicende metropolitane, riguardano una generazione, forse più di una, da Pentothal alle storie di Zanardi, Colasanti e Petrilli, cresciuta con lui. Pazienza non solo è riuscito a cogliere certi atteggiamenti, ma ha contribuito a crearli.
Forse l’origine di questo suo gusto dissacratorio va ricercata nella collaborazione alla rivista satirica Il Male, dove Andrea, assieme a Vincino e ad altri autori, poi celebri, ha affinato quel gusto ironico, quasi crudele, come si diceva, che caratterizza molte delle sue storie.
Il mondo di Pazienza è pero vario e multicolore, anzi, forse proprio alcune tra le tavole colorate dalla moglie, come la storia incompleta di Zanardi, ambientata nel Medioevo, o l’esilarante racconto del suo viaggio di nozze a Bali, costituiscono la parte più convincente della sua opera. Assieme a questa storia, Andrea ha lasciato incompiuta anche la vicenda di Astarte, cane da guerra di Annibale, che, da quanto si è visto, sarebbe stata l’ennesima pennellata geniale data all’affresco vivido e pulsante del suo mondo fantastico.
Al di là della pura satira, delle brevi scene, composte spesso da un solo disegno, dei diari di giornate assurde o tragiche (Pompeo), l’arte di Andrea si realizza proprio in queste alterazioni fantastiche della realtà. Si pensi alla rivisitazione, in chiave comica, del passato da partigiano dell’ex-Presidente Sandro Pertini, con lo stesso Pazienza, ingenuo e maldestro, a fargli da spalla (Pert e Paz). Qui, come in tante altre storie, dove la narrazione assume l’aspetto semplice dell’annotazione, del diario, Andrea abolisce spesso, come ha notato D. Barbieri nel suo I linguaggi del fumetto (edizioni Bompiani, 1991), la linea bianca tra le vignette, in modo da sottolineare la continuità del racconto. Così facendo, nessuna immagine viene privilegiata o sottolineata, conta solo il flusso delle immagini che raccontano. Unica eccezione la grandezza del disegno, piuttosto variabile e a volte in grado di rompere i contorni della vignetta, che, contrariamente a quanto sostiene Barbieri, si mantiene standard in ben poche occasioni.
La capacità di Pazienza, nel rendere significante una situazione usando un solo disegno, senza alcun contorno, trova riscontro nella teoria di R. Gubern (Il linguaggio dei Comics, Milano Libri, 1975), secondo la quale esistono unità minime di significato, che chiama iconemi, in grado di comporre una figura con pochi tratti. L’iconema è il segno grafico minimo privo di per sè di significato iconico, serve quindi a comporre l’immagine. Pazienza dunque, ha saputo ridurre a pochi iconemi le sue storie basate su di un solo disegno.
Non posso infine evitare, in uno scritto, seppur breve, in cui si parla dell’opera di Andrea Pazienza, di citare due storie memorabili, sia nei contenuti che nella rappresentazione grafica. La prima è la storia di Pompeo, artista bolognese alle prese con l’eroina. Quasi fosse messa in atto la teoria di Zavattini sul “pedinare” i personaggi seguendoli ovunque, teoria che è alla base di alcuni film di De Sica, il lettore si muove tra le pagine di quest’opera con montante simpatia, nonché tenerezza, verso Pompeo, preso in una spirale quasi inevitabile che lo condurrà al suicidio. La seconda storia di cui voglio scrivere porta il titolo di Tràs, il relitto di San Giorgio al Cremano. Per farvi capire il genio puro di Andrea, la sua inventiva, basti descrivere la scena in cui Tràs cerca lavoro, leggendo gli annunci economici sul giornale. Dopo aver letto, in un italiano approssimativo, parte di un articolo, Tràs se ne esce con la seguente frase:”Se lavorassi, non mi magnassi le putrelle!”, il tutto mentre alle sue spalle, in una pentola posta sul fuoco, bolle (?!?) una putrella d’acciaio. Credo proprio non ci sia nient’altro da aggiungere, se non l’invito ad entrare nel mondo complesso e variopinto di Andrea Pazienza.

