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Battaglia Dino

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battagliadino La definizione di Hugo Pratt: “letteratura disegnata”, riferita al fumetto d’autore, è quanto mai azzeccata per riassumere l’opera di Dino Battaglia, eclettico disegnatore veneto, venuto a mancare nel 1983. I suoi pennini sapevano dar vita all’inchiostro, alle infinite tonalità dei grigi che si possono ammirare sulle sue pagine graffiate e graffianti, sfumate con “tocchi di cotone” come ha scritto Vincenzo Mollica. Nemmeno il colore, opera della moglie Laura De Vescovi, riusciva a togliere forza al suo inconfondibile segno, anzi le tonalità da lei scelte sapevano arricchire il tratto incantato del maestro veneziano. Nel corso della sua carriera artistica, feconda e fortunata, Battaglia ha raccontato e illustrato Maupassant, Lovecraft, Rabelais, Hoffmann, Poe, Melville, Crane, Hugo, Stevenson e tanti altri, passando dal grottesco all’horror, sino ad arrivare al fantastico delle fiabe, con qualche incursione nella fantascienza (I cinque della Selena).
 Il gusto del paradosso, l’ironia, il riferimento costante all’immaginario popolare, medioevale e rinascimentale, guida le opere migliori: Gargantua e Pantagruel e Till Ulenspiegel, ma sta anche alla base di fiabe illustrate come: L’acciarino (dove compare un enorme e mostruoso cane dagli smisurati bulbi oculari), o Tremotino (in cui il personaggio principale e l’ambiente in cui vive, ricordano le opere di Hyeronimus Bosch), così come una ricercata atmosfera gotica sta alla base di opere come Il patto (stretto da una nobildonna con il diavolo, per avere cent’anni di giovinezza, salvo poi dimenticarsene), o la scommessa, Totentanz , La maschera della morte rossa.
 Quando si è occupato de Lo strano caso del Dottor Jekill e Mr. Hide, di Robert Louis Stevenson, o dell’ultimo dei suoi personaggi, L’ispettore Coke, Battaglia ha saputo rendere in modo esemplare quell’atmosfera di mistero orrido, tipicamente urbano, che ha ispirato tanta letteratura ottocentesca.
Ma la sua abilità sapeva anche spingerlo in ricerche storiche accurate, per riprodurre in modo esatto divise, uomini e armi, quando ha illustrato episodi tratti dalle guerre napoleoniche o dalle due guerre mondiali. La dimensione del soldato, innanzitutto uomo, emerge poi prepotente nei suoi racconti illustrati, quasi fosse un mondo a parte, con regole proprie, capace di fornire uno spessore e una dignità al combattente che aiuti a superare condizioni climatiche avverse (dalla neve e il fango di Bastogne, al deserto de L’uomo della Legione), ma anche la paura, la disperazione, l’ansia dello scontro in armi.
 Da un polo all’altro, dalle vite di soldati alle vite dei santi, mantenendo, anzi sommando alla dignità estrema dei suoi personaggi, un alone di umile santità che accompagna tanto San Francesco che il curato di campagna de I miserabili. La dimensione religiosa di Battaglia consiste in una profonda fede nell’uomo, nella capacità di adesione alla fede come codice profondo e morale, ma anche come spinta al trasgredire, all’andare contro le ingiustizie, le violenze e le iniquità.
Spero di essere riuscito a trasmettere in queste poche righe, la grande passione che ho per le opere di Dino Battaglia. Mi rimane però un’ultima carta da giocare: l’invito alla lettura. Non ve ne pentirete, anzi, scoprirete un mondo vivo e affascinante.

La scheda di Stefano Agnelli

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