Fiori, maschere, cotillons, coppe di cristallo, e, naturalmente, cibi e bevande, popolano l’opera lirica.«L’unica cosa alla quale riesco a pensare, ora, è la bolletta. Forse mi è venuta in mente perché ho le mani in tasca». Così scriveva Jerome K. Jerome ne I pensieri oziosi di un ozioso. Voi vi chiederete: “Che c’entra questo?”. C’entra, c’entra, perché è quello che succede – allo stesso modo – allorché si parla di brindisi: la prima cosa che viene alla mente non è forse la gran festa in casa di Violetta nella Traviata (trasposizione da La signore delle camelie di Alessandro Dumas figlio) di Verdi?
Libiamo*, libiam ne’ lieti calici
che la bellezza infiora,
e la fuggevol ora s’inebri a voluttà.
(* Libiamo= da Libare: gustare leggermente attingendo appena con le labbra.)
Lasciamo Verdi – per il momento – ed entriamo nella popolare osteria siciliana della Cavalleria rusticana di Mascagni (Libretto tratto dall’omonima opera di Giovanni Verga), dove compar Alfio invita gli amici a bere un bicchiere in compagnia:
Viva il vino spumeggiante
nel bicchiere scintillante,
come il riso dell’amante
mite infonde il giubilo!
Viva il vino ch’è sincero
che ci allieta ogni pensiero,
e che affoga l’umor nero
nell’ebbrezza tenera.
E ancora, poco dopo, Turiddu, nel toccante addio a sua madre:
Mamma, quel vino è generoso,
e certo oggi troppi bicchier ne ho tracannati…
vado fuori all’aperto.
Scendendo ancora più in basso, sotto l’aspetto della povertà, ma scenograficamente più in alto, c’introduciamo nella buia soffitta parigina de La Bohème di Puccini (tratta da Scènes de la vie de bohème di Murger), dove i quattro squattrinati artisti ed amici, cercano d’ironizzare su una situazione quasi disperata.
Uno dei quattro, Schaunard, musicista, con gesto solenne stende la mano sul pasticcio ed impedisce agli amici di mangiarlo; poi lo leva da tavola e lo introduce in un piccolo armadio (atto I):
No! queste cibarie sono la salmeria
pei dì futuri, tenebrosi e oscuri.
Pranzare in casa il dì della vigilia
mentre il Quartier Latino le sue vie addobba
di salsicce e leccornie?
Quando un olezzo di frittelle imbalsama
le vecchie strade?
Al “Café Momus”, nel Quartiere Latino (atto II), i quattro amici – ai quali s’è aggiunta Mimì – si siedono ad un tavolo e chiamano il cameriere (ma sono senza un soldo, troveranno poi chi pagherà per loro…):
Colline: –Salame!
Schaunard: – Cervo arrosto!
Marcello: – Un tacchino!
Schaunard: – Vin del Reno!
Colline: – Vin da tavola!
Schaunard: – Aragosta senza crosta!
Rodolfo: – E tu, Mimì, che vuoi?
Mimì: – La crema.
Passiamo dalla Francia alla Germania, dov’è ambientata Les contes d’Hoffmann (I racconti di Hoffmann) musicata da Jacques Hoffenbach (un dramma di Jules Barbier e Michel Carré).
Sin dalla prime battute, un coro invisibile declama:
Glou! glou! glou! Je suis le vin.
Glou! glou! glou! Je sui la bière. Ah !
Nous sommes les amis des hommes;
nous chasson d’ici
langueur et souci.
Glou! glo! glou!
(Glou ! glou ! glou !Io sono il vino./ Glou! glou! glou! Io sono la birra. Ah!/ Noi siamo amici degli uomini;/ noi scacciamo da qui/ languori e preoccupazioni./ Glou! glo! glou!)
e, subito dopo, Hermann, Nathanaël ed alcuni studenti, intonano:
À nous ta bière, à nous ton vin!
Jusq’au matin remplis mon verre,
Jusq’au matin remplis le pot d’étain!
Du vin du vin!
(A noi la tua birra, a noi il tuo vino!/ Fino al mattino riempi il mio bicchiere,/ fino al mattino riempi il vaso di stagno!/ Di vino! Di vino!)
Non si sottrasse ai banchetti, ovviamente, Gioacchino Rossini, il quale, del resto, era nella vita reale un eccellente cuoco ed un buongustaio.
Ne Il viaggio a Reims (un atto giocoso su libretto di Luigi Balocchi), troviamo il Barone di Trombonak che esorta la folta compagnia:
Ora, secondo l’uso, i brindisi facciamo.
Ecco la lista che di far m’imponete…
E nel I atto di Cenerentola, dello stesso Rossini (libretto di Jacopo Ferretti), il coro intona, nel “Palazzo del Principe”, rivolgendosi a Don Magnifico:
Conciosiacosacché
trenta botti già gustò
e bevuto ha già per tre
e finor non barcollò;
è piaciuto a Sua Maestà
nominarlo cantinier:
intendente del bicchier
con estesa autorità.
Tuttavia, non si parla sempre e soltanto di bere, ma anche di mangiare, come ne La forza del destino di Verdi (libretto di Francesco Maria Piave): l’inizio del II atto, si apre, infatti, su un’ampia cucina di un’osteria, con una grande credenza piena di piatti e di pentole, una lunga tavola apparecchiata e gli osti che sono affaccendati a preparare la cena. Su un’altra tavola, bicchieri, fiaschi di vino e una bottiglia d’acquavite. Vari avventori esclamano:
– Buono!
– Eccellente!
– Par che dica «mangiami!»!
– Tu das epulis accumbere Divum!
– Non sa il latino, ma cucina bene!
– Viva l’ostessa!
– Evviva!
Anche nelle tragedie più efferate non mancano momenti d’allegra convivialità, come nel verdiano Macbeth (libretto che Francesco Maria Piave trasse da Shakespeare), dove lo stesso Macbeth, nel II atto, in una magnifica sala con una gran tavola imbandita, saluta gli ospiti:
Pago son io d’accogliervi
tali ospiti a banchetto.
La mia consorte assidasi
nel trono a lei sortito,
ma pria le piaccia un brindisi
sciogliere, a vostr’onor.
E lei, Lady Macbeth, alzando il calice:
Al tuo regale invito
Son pronta o mio signor.
Si colmi il calice di vino eletto;
nasca il diletto,
muoia il dolor!
In Otello, altro dramma shakespeariano cui ha attinto Verdi (libreto di Arrigo Boito), troviamo in apertura il perfido Jago, luogotenente d’Otello, che chiama a raccolta i soldati:
Qua, ragazzi, del vino!
Innaffia l’ugola!
Trinca, tracanna!
Prima che svampino canto e bicchier!
Il suo vero scopo è d’ubriacare Cassio, diretto concorrente nel grado militare. Poi, trascinando tutti, ancora Jago declama:
Chi all’esca ha morso
del ditirambo*
spavaldo e strambo
beva con me!
(* Ditirambo = Discorso destinato a lodare con entusiasmo qualcuno o qualcosa.)
Torniamo a Puccini ed a Tosca (da Victorien Sardou, drammaturgo francese). I bravissimi Giacosa ed Illica, librettisti e poeti, ne scrissero il libretto (dopo aver collaborato, con lo stesso musicista toscano, a molti altri suoi lavori). Nel II atto, Scarpia, capo della Polizia, mentre s’accinge a sedersi a tavola si rivolge a Tosca con falsa benevolenza:
La povera mia cena fu interrotta…
Così accasciata? Via, mia bella signora, sedete qui.
Volete che cerchiamo insieme il modo di salvarlo?
E allor sedete…e favelliamo.
E intanto un sorso. È Vin di Spagna…
Un sorso per rincuorarvi.
Gaetano Donizetti, compositore prolifico e versatile, sapeva scegliere gli argomenti con molta efficacia; poi, conoscendo il mestiere, sapeva cogliere ottimi risultati. Passare dalla drammaticità alla comicità, per lui era una cosa naturale, e così è riuscito a consegnarci intensi drammi, come Lucia dli Lammermoor, Anna Bolena, La Favorita, e divertenti affreschi, come Don Pasquale e L’elisir d’amore. E proprio per quest’ultima opera, Donizetti crea una musichetta allegra che si sposa a meraviglia col personaggio di Dulcamara, il classico piazzista-ciarlatano che sa vendere la propria merce: in questo caso, il tanto declamato “elisir”, il quale altro non è che eccellente ma pur sempre normalissimo vino “bordeaux”.
Ci sembra opportuno, in questa breve carrellata, chiudere con il più classico dei personaggi che bisbocciano fra le note, vale a dire Falstaff, che Shakespeare ha genialmente creato e Verdi brillantemente messo in musica. Il libretto di Arrigo Boito (da Le allegre comari di Windors) è senza dubbio il più bello che sia mai stato scritto.
Falstaff, si sa, non ama solo i buoni piatti, ma anche le bevande.
Nella prima scena del III atto, egli è seduto su una panca dinanzi all’Osteria della Giarrettiera. Chiama il “taverniere” e ordina un bicchiere di vino caldo. Si sbottona il panciotto, che la sua enorme pancia sembra far scoppiare da un momento all’altro, si sdraia e beve a piccole sorsate:
Buono!
Ber del vin dolce e sbottonarsi al sole, dolce cosa!
Il buon vino sperde le tetre fole dello sconforto,
accende l’occhio e il pensier,
dal labbro sale al cervel
e quivi risveglia il picciol fabbro dei trilli…

