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Gorillaz; Demon Days; 2005

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Gorillaz, Demon Days    L’idea di un gruppo virtuale, in forma di cartoon, era nata quasi per scherzo, ma in poco tempo i Gorillaz sono diventati un fenomeno. A quattro anni di distanza dal primo, esplosivo album, questo secondo lavoro, “Demon Days”, ci mostra i quattro musicisti “bidimensionali” un po’ più cupi e riflessivi del passato. Sempre ironici e senza ulteriori rivelazioni sulla propria identità (i più informati sanno però che tra loro c’è Damon Albarn dei Blur e gli ex Talking Heads Chris Frantz e Tina Weymouth), i Gorillaz hanno fatto importanti (?)
aggiunte alle proprie sonorità, riuscendo ad emanciparsi (solo in parte) dall’hip-hop e abbracciando (anche qui solo in parte) tendenze più vicine all’alternative e al pop-rock, quest’ultimo già esplorato. Le partecipazioni di star dell’hip-hop restano una caratteristica delle loro canzoni: basta pensare a Bootie Brown, ospite nel singolo “Dirty Harry “, o MF Doom in “November has come”, oppure a Roots Manuva in “All Alone”.
    Nel corso dell’album lo stile già consolidato e le nuove trovate artistiche si mescolano e si alternano, lasciando perplesso chi ascolta i Gorillaz per la prima volta, sorpreso chi invece già li conosceva. Dopo un “Intro” che ricalca parte della colonna sonora di “Dawn of the Dead”, si passa per “Last Living Souls”, pezzo ben costruito e impreziosito da alcuni archi, ritmo ben scandito che la collega sottilmente alla seguente traccia, “Kids with Guns”: quest’ultimo pezzo, insieme al singolo “El Manana”, chiariscono bene la svolta dark che la band ha intrapreso. Dopo la sconcertante “O Green World”, arrivano i singoli: oltre ai già citati “El Manana” e “Dirty Harry “, si affaccia il singolo di lancio del disco, “Feel Good Inc.”, che, vuoi per l’ottima interpretazione dei rapper De La Soul, vuoi per l’atmosfera leggera e malinconica allo stesso tempo, è forse il pezzo più rappresentativo dell’album. Quindi, tra archi e un assolo di piano molto particolare (“Every Planet we reach is Dead”), si approda ad un pezzo più “tipico”, come il folle “White Light”, e ad un altro singolo, “DARE”, dalle tonalità più dance. La parte conclusiva dell’album è la più audace come sperimentazioni: “Fire Coming Out Of the Monkey’s Head” contiene, oltre al cantato, un testo letto dall’attore Dennis Hopper, mentre “Don’t Get Lost in Heaven” e “Demon Days” si avvalgono della partecipazione del coro gospel della comunità di Londra, creando un’atmosfera che tutto farebbe pensare tranne che ai Gorillaz.
    Nel complesso un disco gradevole, e interessante da ascoltare se si vuole sentire qualcosa di commerciale e, allo stesso tempo, fuori dai soliti schemi dell’industria di Mtv. Resta un dubbio: dove termina il confine fra il talento artistico dei Gorillaz e la loro abilità nell’avvalersi di altri per completare i propri lavori? Tra chitarre e bassi aggiuntivi, Ike Turner in prestito per l’assolo di piano sopracitato e illustri ospiti, quanto della qualità dei pezzi è veramente dovuta a loro, oltre alle idee? E soprattutto, quanto questo quesito ha importanza?
 
    La scheda di Claudio Castellari

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