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Lo spazio del viaggio

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     (1) - Cinema francese e americano
     In molti film francesi girati tra gli anni Sessanta e Settanta Michel Piccoli non fa altro che guidare automobili nella provincia o in città, mentre si produce in lunghi silenzi alternati a conversazioni affabili (ma non troppo) con la compagna di turno, fumando una sigaretta dopo l'altra.
     La sua faccia è annoiata, come ci si annoiava in quegli anni: borghesemente, per colpa dei soldi, delle belle ma troppo "normali" mogli. Meglio l'amante occasionale, con cui non concludere niente, tra gesti di stizza, musi lunghi e baci rubati.
     Tutto è terribilmente complicato, carico di passione adolescenziale turbolenta (da parte di lei), a cui Piccoli contrappone una faccia serafica  e corrucciata,  tipica di chi vorrebbe liberarsi dei lacci della borghesità, ma non può. Piccoli è il borghese infelice, gentile con le donne, ma disilluso al punto tale che impiega tutto il film per portarsele a letto. E' del resto, quella delle scene in automobile, una costante del cinema francese (e non solo) di quegli anni. Basti pensare a "Fino all'ultimo respiro" (A bout de souffle) di J. L. Godard, a "Un homme et une femme", o all'italiano "Il sorpasso" di Dino Risi.
     Ma cos'è che spinge registi e sceneggiatori a girare tanto materiale per strada? Si vuole dare atto di un desiderio d'avventura, di evasione, forse di fuga? Certo è che gli spazi chiusi europei non permettono vere e proprie fughe, solo viaggi circolari. Non permettono nemmeno la nascita di ossessioni visionarie tipiche invece del cinema americano (basti, per tutti, "Duel" di S. Spielberg).Gli spazi aperti del territorio americano sembrerebbero, ad un primo sguardo, concedere invece quella possibilità di fuga che gli spazi europei negano. Gli enormi spazi americani permettono soltanto di rinviare il confronto con la realtà; si vive in una dimensione quasi onirica, dove ogni azione sembra durare in eterno, voler entrare nel mito, ma c'è soltanto la polvere della strada, il mito è altrove, riservato pur sempre al genere western (anche se in crisi), alla frontiera. Opere come "Easy Rider" o "Sugarland Express" hanno un grosso debito con la frontiera. Qui però il limite è sociale, morale, un limite da esplorare e da infrangere, anche se alla fine tutto rientra nella "normalità" ( persino il finale di "Easy Rider", con l'uccisione dei due protagonisti, è un rientro nella norma: in fondo altra fine non potevano fare), la fuga, il viaggio, finisce. A dire il vero una forma di mitizzazione esiste nei film "on the road". Una mitizzazione che non sta nelle azioni in sè, ma nella dimensione, perfettamente fruibile che il cinema porta verso lo spettatore, il quale identifica e privilegia i gesti più estremi che adotta come immagine più “significante” del  reale stesso.
     Ma torniamo all'Europa. Un esempio ci aiuterà a chiarire quanto detto sopra. Negli spazi europei dunque la fuga è impossibile, si tratta casomai di piccole scappatelle tra spazi urbani, intervallati da brevi scorci sulla campagna, spesso malamente concluse. Si pensi a "Fino all'ultimo respiro" di J. L. Godard, nonchè al remake americano con Richard Gere.
     Qui non c'é fuga, ma soltanto un movimento circolare attorno alla protagonista, che non conduce in nessun posto, se non alla morte. Ma questo film ha se non altro il pregio di tentare la fuga rispetto ai canoni borghesi, anche in considerazione del taglio frenetico, "a rebour", che la macchina da presa fornisce in alcune scene. il significato più profondo, sta forse allora nella considerazione, alla luce di quanto sappiamo oggi, che protesta e integrazione avevano all'epoca spazi ben distinti tra loro, ma in alcuni punti comunicanti. Ecco perché, nel cinema francese ed in quello americano degli anni Sessanta e Settanta, la fuga non si compie mai del tutto. L'integrazione era pur sempre in agguato.

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