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Otto e mezzo (Federico Fellini, 1963)

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ottoemezzo    Davvero non so perché per tanti anni ho rinviato la visione di 8½. Forse amavo troppo Amarcord per vederlo scavalcato in bellezza, ma così è stato.

    La commistione tra sogno realtà, tra la vita del regista e il film da farsi è intrigante e ben condotta. Le sequenze oniriche, esaltate da un uso sapiente del bianco e nero, sono davvero convincenti, in bilico tra ricordo e simbolo, sfogo e catarsi, momento liberatorio e successiva nuova immersione nel reale del regista, tra moglie, amante, produttore, letterato francese cinico, collaboratori volgari o isterici, provini che si sovrappongono a personaggi reali, frequentatori di una località termale che pare ora un girone dantesco, ora un circo.
     Ma Fellini ne ha per tutti, in primo luogo per sé stesso. Volge sopra di noi uno sguardo ironico e un po’ cialtrone che si beffa di ogni aspetto del reale, deformandolo, facendogli assumere una piega grottesca, abnorme.  Non c’è per lui o per noi nessuna salvezza se dotati di un minimo di spirito critico e di intelligenza. Siamo saltimbanchi di un baraccone complesso ma necessario, che ci tutela ma allo stesso tempo ci costringe ad essere, a fare.
C’è anche la fatica, tutta felliniana, di fare un film, che il carteggio con Simenon ben evidenzia, ma c’è anche la ferrea determinazione di chi ci vuole mostrare come, in attesa del primo ciack, tutto è nebuloso, informe, poi prende vita e va condotto fino in fondo. Ricordo quanto diceva Donald Sutherland, mentre girava Casanova, sulla estrema severità di Fellini sul set.
    Il regista romagnolo, attraverso il suo alter-ego Mastroianni, rivela anche tutta l’ansia che prova nel periodo appena precedente l’inizio di un film. Infatti non vuole andare alla conferenza stampa, tenta di buttarsi a terra, sono i suoi collaboratori a sostenerlo, proprio come, in tempi recenti, Nanni Moretti in Aprile, quando non vuole girare e desidera invece bere un latte macchiato in un improbabile bar (si trova lungo il corso del Po), che finirà per trovare poi.

    Questo parallelo tra Fellini e Moretti non è casuale. Il regista romano appare sempre più come l’erede di Fellini, almeno per un certo tipo di cinema. Per dimostrarlo basterebbe accostare a , Palombella rossa.

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