
Perdonatemi! Esco dal coro. Il primo pensiero -del tutto spontaneo- alla fine del film Le rose del deserto, 65° film di Mario Monicelli, è stato: «Ridatemi i soldi del biglietto!» Possibile -mi sono domandato- che Italia non si riesca a fare un film decente sulla guerra? Eppure, Monicelli ci ha regalato opere splendide come La Grande Guerra del 1959 (con mattatori del calibro di Vittorio Gassman e Alberto Sordi, affiancati ad una bravissima Silvana Mangano e da un altrettanto Ferruccio Amendola).
Chiariamo subito: anche la recitazione -con molti distinguo- di Alessandro Haber e Michele Placido (in particolare), è stata buona (compreso Tatti Sanguinetti), ma quello che non andava e che sapeva di già visto era la trama. Non mi riferisco al libro di Mario Tobino, Il deserto della Libia (pubblicato nella prima metà degli anni Cinquanta), né a quello di Gian Carlo Fusco, Guerra d'Albania (dei primi anni Sessanta), Ma ad un altro prodotto cinematografico ormai dimenticato: Scemo di guerra (1985), di Dino Risi con Bernard Blier, Fabio Testi, Claudio Bisio, e come attori principali Beppe Grillo e Michel Colucci -Coluche- pesantemente stroncato da molta critica specializzata. Eppure, il film di Monicelli ne ripercorre le orme senza riuscire ad essere né incisivo, né innovativo, mentre l’approfondimento psicologico appare del tutto approssimativo. Infine, tralascio ogni commento sulla colonna sonora, quasi sempre fuori luogo, e sulla fotografia, le inquadrature sono quasi sempre le stesse (chi c’è stato, però, sa bene quanta diversità sappia offrire il deserto ad un occhio attento), e non voglio nemmeno parlare dei materiali (mezzi e divise), spesso alquanto improbabili.
Mi fermo qui. Molto si potrebbe dire in rapporto alla cinematografia contemporanea e non che si è occupata di guerra, ma ogni altro commento sarebbe come “sparare sulla croce rossa”.
Per concludere, un film da dimenticare.

