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grande guerra; La (Mario Monicelli, 1956)

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Locandina    L’opera è, sia dal punto di vista cinematografico sia da quello storico, uno dei migliori contributi del cinema italiano allo studio del primo conflitto mondiale. Per la prima volta la figura del soldato italiano venne depurata dalla propaganda retorica divulgata durante il fascismo e nel secondo dopoguerra, in cui persisteva il mito di una guerra eroica. Fino a quel momento i soldati italiani erano stati dipinti (dalla propaganda politica sono tutt’ora dipinti) come valorosi disposti ad immolarsi per la patria e al tempo stesso buone persone pieni di compassione verso il nemico (menzogna altamente abusata anche nel descrivere i militari italici durante il secondo conflitto mondiale).
    Il film denunciò inoltre l’assurdità e la violenza del conflitto, le condizioni di vita miserande della gente e dei militari, ma anche i forti legami di amicizia nati nonostante le differenze di estrazione culturale e geografica, che darà vita ad uno spirito nazionale fino ad allora inesistente e osteggiato dai numerosi regionalismi mai venuti in contatto in modo così prolungato.
    La trama si concentra su due protagonisti fortemente caratterizzati: il romano Oreste Jacovacci (Alberto Sordi) ed il milanese Giovanni Buzzaca (Vittorio Gassman) che si incontrano durante la chiamata alle armi della prima guerra mondiale. Seppur di carattere completamente diverso sono uniti dalla mancanza di qualsiasi ideale e dalla volontà di evitare ogni pericolo ed uscire indenni dalla guerra. Attraversate numerose peripezie durante l’addestramento, i combattimenti ed i rari momenti di congedo, si offrono volontari come staffette per cercare ancora una volta di schivare i rischi maggiori. Ma dopo essersi perduti, a causa di un rapido capovolgimento della linea del fronte, si ritrovano nelle mani del nemico. Qui il regista da vita ad un finale memorabile: i protagonisti sopraffatti dalla paura ammettono di essere in possesso di informazioni cruciali per l’esito della battaglia e pur di salvarsi decidono di passarle al nemico, ma l’arroganza dell’ufficiale austriaco ed un’ulteriore battuta di disprezzo verso gli italiani, crea in loro una dignità tutta personale portandoli a mantenere il segreto fino alla fucilazione. I due si riscattano uno da “eroe spavaldo” e l’altro da “eroe vigliacco”, quest’ultima figura interpretata da un’indimenticabile Alberto Sordi.
    Il conflitto è infine vinto dagli italiani senza che nessuno conosca mai il gesto eroico dei due “poveri diavoli”.
   Questo film è un riuscito connubio di tragedia e di commedia, una splendida opera corale, ironica e struggente narrata con un linguaggio neorealista e al tempo stesso legato ai meccanismi della “commedia all’italiana”. Notevole attenzione viene dato allo sfondo storico, reso superbo da pregevoli scene di massa (già sperimentate in film comici dal grandissimo Buster Keaton) che però non travolge le individualità dei personaggi, antieroi impauriti e rassegnati, accomunati dalla partecipazione forzata ad una delle più grandi catastrofi del secolo scorso.
  Monicelli raggiunge l’apice artistico della sua carriera (forse già raggiunto e mantenuto con “L’armata Brancaleone” e i “Soliti ignoti”) combinando con impareggiabile fluidità di racconto, comicità (da vedere e rivedere la scena della “padella per le castagne”) e toni drammatici, ed aprendo la strada ad un nuovo stile cinematografico.
 

    La scheda di Dario Gigli

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