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nemico alle porte; Il (Jean-Jacques Annaud, 2000) – un grande lavoro

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nemicoporte-dvd    Il nemico alle porte è la saga di una vittoria, ma allo stesso tempo descrive una profonda sconfitta. I veri protagonisti in lotta fra loro non sono il cecchino tedesco (interpretato dall’ottimo Edward Allen Harris), freddo e spietato, bensì i due amici: il soldato degli Urali (David Jude Law), ed il commissario politico (Joseph Alberic Fiennes). La guerra è il grande sfondo che rende ancor più drammatico lo svolgersi di un’azione che, in altri contesti, non avremmo esitato definire come una melensa storia d’amore. Eppure lì, a Stalingrado tra la fine del 1942 e l’inizio del 1943 quando sull’ara dell’idea totalitaria nazista si stanno immolando decine di migliaia di uomini, tutto assume un’altra connotazione. Questo risultato è da attribuire alla capacità del regista, Jean-Jacques Annaud, di dare uno spessore morale ai personaggi, tale da essere facilmente rappresento dagli attori a sua disposizione.
    Di fatto un risultato decisamente più accettabile a quello ottenuto, solo un anno dopo, dal kolossal holiwoodiano Pearl Harbor, diretto da Michael Benjamin Bay. In questo caso, ben più di quanto accaduto ne Il nemico alle porte, la storia, quella con la “S” maiuscola, rimane un paradosso del tutto estraneo alla narrazione. Chi ha vinto? Chi ha perso? Perché? Tuttavia, come molti critici -anche questi con la “C” maiuscola- ci illustrano spesso, un film non è un libro -e già ci sarebbe molto da obiettare sulla capacità didattica di molti volumi- piuttosto si tratta di un’astrazione o, quando va bene, un’interpretazione.
nemicoporte-gb1    “Il torto di J.-J. Annaud, sopravvalutato regista francese cosmopolita, non è di avere appiattito un evento militare di importanza storica (un milione di morti russi, duecentocinquantamila tedeschi) su un duello da western, ma di averlo raccontato, in sintonia con le mode del tempo (stalinisti cattivissimi, comunisti pentiti, russi senza strategia: da chi fu sconfitta la Wehrmacht?), nei modi di un anticomunismo cialtrone e di un sentimentalismo piagnucoloso.
    Un giudizio tagliente, ripreso da il Morandini, non del tutto condivisibile. Il nemico alle porte non è un film di guerra e, ancor meno, vuole raccontare qualcosa di storico, pur affondando le unghie nella Storia per non scivolare nella banalità. E’ il classico triangolo d’amore (la “lei” è interpretata da Rachel Weisz), che alla fine si risolve in favore del “concorrente” meno abbiente (in questo culturalmente e politicamente). Il resto è contorno.
    In quest’insalata narrativa si possono individuare alcuni sapori forti, come la sottile crudeltà del maggiore tedesco e la follia “criminale” di un Nikita Sergeevic Chrušcev (che, ad onore di cronaca, si trovò spesso in contrasto con le direttive staliniane senza mai esserne un aperto oppositore). Anche il sacrificio del giovanissimo Sasha, oppure la fine del sogno sovietico nelle parole di Danilov poco prima di immolarsi:
    “Sono stato così sciocco Vassili? L’uomo sarà sempre l’uomo. Non esiste l’uomo nuovo. Con tanta fatica abbiamo provato a creare una società che fosse giusta dove non ci fosse niente da invidiare al tuo compagno, ma ci sarà sempre qualcosa da invidiare. Un sorriso, un’amicizia. Qualcosa che non hai e di cui ti vuoi appropriare. E questo mondo, perfino nel mondo sovietico ci saranno sempre i ricchi e i poveri: ricchi di talento, poveri di talento; ricchi d’amore, poveri d’amore.
    Non è un film di guerra. La guerra è altro. La guerra è anche questo. Tuttavia, probabilmente, Jean-Jacques Annaud voleva rappresentare altro. Forse la speranza che è contenuta nelle scene finali, quelle di un amore che sopravvive ad ogni peripezia.
 

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