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Slevin - Patto criminale (Paul McGuigan, 2006)

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Locandina      New York. Slevin “cane rabbioso” (Josh Hartnett), è un ragazzo sfortunato in balia di eventi quasi incredibili. Vive un periodo sciagurato: perde il lavoro, la fidanzata lo “molla” e -come se non bastasse- smarrisce il portafoglio. A questo punto chiede aiuto al suo amico Nick che si offre di ospitarlo. Quando arriva, però, Nick, è assente. Entrando in quell’appartamento si ritrova coinvolto in un rischioso scambio d’identità sino a trasformarsi in un killer, ma ben presto si rivelerà meno ingenuo di quanto poteva essere prevedibile.
      Un gangster movie, dove tutto potrebbe essere il contrario di tutto. Un dramma a volte giocoso e ironico, quasi surreale. Il regista Paul McGuigan mette in mostra una certa eleganza di stile ed una forma attenta ai dettagli. Anzi strizza l’occhio ai cinefili con qualche citazione (anche di troppo), sino a difettare di originalità, principalmente nelle riprese.
      In ogni modo, ci si trova di fronte ad un’opera cinematografica fluida -tranne qualche flashback- benché, nel suo complesso, non sempre chiara. Infatti, solo nella seconda parte s’inizia a comprendere la dinamica della trama, così da organizzare qualche ragionamento -minimamente sensato- sui personaggi e sulle scene viste. E’ un film da seguire molto attentamente senza lasciarsi fuorviare da quanto si vede o si sente in apertura. Quasi fosse un misto tra un film tarantiniano (stile “Pulp”) ed un videoclip.
      Da vedere comunque, perché gli attori sono stati ben diretti ed amalgamati: Bruce Willis è il killer professionista tanto serio da risultare quasi buffo (ma ci sta); Morgan Freeman è il Boss vendicativo; Ben Kingsley un altro capo criminale stile britannico, quindi freddo e deciso; Lucy Liu è insolitamente sbarazzina tanto da sembrare pure simpatica; Josh Hartnett è un protagonista, azzeccatissimo. Stanley Tucci è il solito personaggio come ricordiamo -tra gli altri- in “The Terminal” (Steven Spielberg, 2004), ma sarebbe bello poterlo vedere più spesso in ruoli diversi come in “Shall We Dance” (Peter Chelsom, 2004), giacché come caratterista sembra troppo statico.
      Da vedere.

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